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TERRA TERRA
30.12.2008
  • | di Marina Forti
    La «pace» a Escravos
    Lo spettacolo è surreale. Al tramonto, quando le fiammate dei pozzi petroliferi si fanno più brillanti contro il cielo, i motoscafi di dirigenti petroliferi, notabili politici e «attivisti» si avvicinano al molo privato del Resort 911, «una villa ancora incompiuta accessibile solo in barca, nella zona periferica di uno dei canali del delta del Niger». La descrizione è di un corrispondente del New York Times (4 dicembre): «Nel resort (...) ministri dello stato si sono mescolati a contractors petroliferi americani mentre uomini d'affari libanesi chiacchieravano con ribelli diventati dirigenti politici locali; poi tutti si sono seduti a lunghe tavole apparecchiate con bottiglie di vino e champagne. Centinaia di abitanti dei villaggi circostanti guardavano da dietro un recinto di filo spinato controllato da cani da guardia, mentre dentro musicisti e commedianti intrattenevano gli ospiti». Il teatro di questa assurda scena si trova nella zona di Escravos, il più grande terminal petrolifero di Chevron-Texaco, nello stato di Delta, in Nigeria. Il Resort 911 prende nome dalla «Operation 911» lanciata tempo fa dall'esercito nigeriano contro i ribelli attivi nella zona: il delta del Niger infatti è da decenni percorso da ribellioni, armate e non, e non è difficile capire perché. La Nigeria, uno dei grandi produttori mondiali di petrolio, estrae 2,3 milioni di barili di greggio al giorno, quasi tutti dagli acquitrini del delta del Niger, e ne esporta la gran parte, incassando miliardi di dollari ogni anno. Ma quella ricchezza scivola via senza lasciare nulla alla popolazione del delta: arricchisce una èlite, ma per gli altri la vita non è migliorata. Anzi, per decenni pozzi, oleodotti e stazioni di pompaggio difettose hanno disseminato bitume in innumerevoli sversamenti, ricoprendo lagune e campi, al punto che in molte zone la pesca e l'agricoltura sono ormai impossibili. Spesso le perdite degli oleodotti sono «cannibalizzate» da gente che si accalca per portare via qualche tanica di petrolio - a proprio rischio, perché basta una scintilla per provocare esplosioni con decine o centinaia di morti. Del resto è poca cosa in confronto al commercio illegale di greggio che coinvolge notabili, locali e non (le stime variano tra 100 e 300mila barili al giorno). Negli ultimi vent'anni negli stati del delta nigeriano sono scoppiate ribellioni, rivolte politiche (come quella degli Ogoni nello stato di Rivers, nei primi anni '90), sabotaggi. Ci sono state azioni di protesta pacifiche come quella delle donne del villaggio di Ugborodo, proprio quello che sta di fronte al terminale di Escravos: nell'estate del 2002 lo hanno occupato, prendendo in ostaggio decine di addetti della compagnia petrolifera. A volte proteste e tensioni sfociano in conflitti tra gruppi etnici fomentati dalle milizie di notabili in concorrenza per controllare il contrabbando di greggio o i favori delle compagnie petrolifere. Le compagnie, tutte, ormai finanziano le «comunità produttrici» (i villaggi vicino ai loro impianti) con piccoli interventi sociali, lavoretti, borse di studio - e pagano le milizie ribelli per la protezione. Ma non basta, e il governatore dello stato di Delta ha deciso per una politica di pacificazione, diciamo, innovativa: ha offerto ai leader ribelli cariche pubbliche, ad esempio nella Commissione statale per la sicurezza fluviale. Ecco perché erano tutti là, una sera di dicembre, a brindare insieme nel «Resort 911». Molti dubitano che una pace così «comprata» possa durare a lungo. E poi, gli abitanti del delta inquinato e impoverito restano là, dall'altra parte del filo spinato.
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