domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
02.01.2009
-
| di Marina Forti
La risposta è nel vento
Gli Stati uniti d'America hanno superato la Germania. Così sostiene l'associazione americana dei produttori di energia eolica: il 2008 è stato un anno di crescita record, il terzo consecutivo, dice la American Wind Energy Association nel suo rapporto di fine anno. Gli impianti a pale che producono energia elettrica sfruttando il vento si diffondono in fretta, l'estate scorsa gli Usa avevano raggiunto la soglia dei 20mila megawatt di potenza installata, a fine settembre avevano superato i 21mila Mw e il trend è in crescita. La Germania ha 22.300 Mw di potenza installata, così che i produttori americani si dicono sicuri di averla superata - anche perché nel paese europeo l'espansione era cominciata molto prima, e sta rallentando. Mentre negli Usa «ogni settimana un nuovo progetto entra in rete», il settore ha fatto oltre 18 miliardi di dollari di reddito nel 2008 e gli imprenditori del settore si leccano i baffi.
Gli Stati uniti hanno cominciato a investire in modo consistente in energia eolica, questo è il primo dato. I 21mila Mw installati saranno capaci di generare nel 2009 oltre 60 miliardi di chilowattora di elettricità, abbastanza per coprire i consumi di 5,5 milioni di famiglie americane. Ovvero, il vento produrrà l'elettricità che richiederebbe altrimenti 30 milioni di tonnellate di carbone, o 91 milioni di barili di petrolio, o 560 miliardi di piedicubi di gas: tutti combustibili fossili che dunque non sarà necessario bruciare, con un bel risparmio in emissioni di anidride carbonica e altri gas di scarico. Secondo uno studio di previsione fatto dal Dipartimento all'energia Usa nel maggio scorso l'energia eolica potrebbe coprire il 20% dell'energia elettrica consumata nel 2030 nella nazione, generando tra l'altro 500mila posti di lavoro e risparmiando tante emissioni di gas di serra come se si togliessero dalle strade 140 milioni di veicoli. Su scala mondiale, l'eolico potrà fornire il 12% dell'energia elettrica mondiale al 2020, permettendo di risparmiare in 12 anni circa 10 miliardi di tonnellate di CO2, secondo il Global Wind Energy Outlook 2008 presentato a Pechino da Greenpeace e dal Global Wind Energy Council nell'ottobre scorso. Applaudono le organizzazioni ambientaliste americane, che nel corso del 2008 hanno avviato un progetto di collaborazione con le industrie del settore eolico, creando un «Istituto per il vento e la conservazione della vita selvatica» per rendere compatibile la diffusione delle centrali eoliche con la conservazione della natura.
La cosa più interessante è che il pacchetto di 700 miliardi di dollari approvato in ottobre dal Congresso degli Stati uniti per salvare le istituzioni finanziarie in crisi include anche una legge che concede crediti fiscali per la produzione e gli investimenti in energie rinnovabili - così ora i produttori sono convinti di superare le previsioni del governo. D'altra parte, il presidente-eletto Barak Obama ha già annunciato di voler investire in energie rinnovabili, tra l'altro, per rilanciare l'economia americana.
Questo dice una seconda cosa: che la vecchia Europa rischia di perdere la sua posizione di «prima della classe» rispetto alle politiche del clima. Finora ci è stato facile passare per il gruppo di paesi che spinge per accordi più severi per ridurre le emissioni di gas di serra: dall'altra parte dell'Atlantico c'era l'amministrazione Bush, che aveva deciso di ignorare il protocollo di Kyoto (l'unico trattato obbligatorio sul clima oggi in vigore). Solo questo ha dato all'Unione europea la sua fama «verde». Ora l'America di Obama si rimette in corsa.
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