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TERRA TERRA
29.01.2009
  • | di Paola Desai
    Lo Zimbabwe ha il colera
    Una soglia è superata: in Zimbabwe il colera ha ucciso oltre tremila persone dallo scorso dicembre, ha annunciato ieri l'Organizzazione mondiale della sanità. Per la precisione, a ieri si contavano 3.028 morti e oltre 57.700 persone infettate, e ciò che fa impressione è che le ultime mille vittime sono morte tutte nelle ultime due settimane. Tanto che l'Oms dichiara di prepararsi per lo «scenario peggiore», quando anche la soglia delle sessantamila persone infettate sarà raggiunta (non sembra che manchi molto...). È una malattia banale, il colera. Curarlo non è difficile, ancor più facile è prevenirne la diffusione: è una infezione gastroenteritica causata da un batterio - il «vibrio cholerae», o vibrione che si diffonde attraverso le feci e l'acqua. Buoni sistemi fognari e di distribuzione dell'acqua potabile sono l'unico vero modo per prevenire un'epidemia, insieme a un po' di educazione sanitaria. Insomma, il colera è una malattia da povertà, nel senso di abbandono dei sistemi sanitari pubblici. Ed è appunto il caso dello Zimbabwe, dove anni di incuria e disinvestimento pubblico hanno fatto collassare sia l'infrastruttura urbana di sistemi idrici e fognature, sia il sistema sanitario. Il fatto è che con gennaio siamo entrati nella stagione delle piogge, che durerà fino a marzo, e questo peggiora tutto: dove le fogne perdono, o scorrono a cielo aperto, con le piogge straboccano, e il rischio di contatto con acque contaminate aumenta. L'epidemia (l'Oms usa il termine outbreak, «scoppio») di colera in Zimbabwe è cominciata nelle aree urbane, anche se ora si diffonde nelle aree rurali. «The Herald», giornale quotidiano di Harare (governativo), il 26 gennaio ha scritto che il colera sta declinando nella capitale, anche se avverte che «è ancora presente nei suburbi sud-occidentali», e che «non bisogna abbassare la guardia». Circa metà dei casi in effetti sono stati registrati finora a Budiriro, sovraffollata città satellite ai margini occidentali della capitale Harare; altre concentrazioni sono segnalati nelle aree urbane di Beitbridge, al confine con il Sudafrica, e Mudzi al confine con il Mozambico. In effetti la malattia si è già diffusa: di sicuro nei due paesi confinanti - in Sudafrica il ministero della sanità segnala quasi seimila casi (e 36 morti) - ma non solo; l'Ocha, ufficio del'Onu per gli affari umanitari, dice che nove paesi dell'Africa australe hanno riportato finora casi di colera, e che la malattia sta diventando endemica. Curare il colera non implica certo alta tecnologia medica, ma buona organizazione sanitaria sì. La cura principale in effetti è una terapia di reidratazione orale, in casi estremi intravenosa; alcuni antibiotici possono accelerare la fine del batterio, e in tal caso bisogna individuare il ceppo del vibrione e verificare a quali antibiotici sia vulnerabile/ resistente. Ma la reidratazione resta il «salvavita» essenziale (in una piccola clinica del Bangladesh abbiamo visto fare miracoli con una terapie di acqua della bollitura del riso mescolata a sali e succo di limone...), insieme a interventi d'emergenza per sterilizzare, depurare, evitare contagi. Il punto è che in Zimbabwe il sistema sanitario è al collasso. Tra l'altro è in corso un'ondata di scioperi tra i medici (e nel pubbligo impiego), che vogliono essere pagati in dollari - si capisce, con la moneta nazionale non si compra nulla. C'è poi il risvolto politico: il presidente Robert Mugabe qualche settimana fa ha dichiarato che la malattia è stata contenuta e sono le potenze occidentali che parlano di colera per attaccarlo. Così la sottovalutazione continua.
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