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TERRA TERRA
07.02.2009
  • | di Luca Manes
    Il costo del petrolio
    La «maledizione» dell'oro nero. In Nigeria, mentre i ribelli del Mend hanno appena sospeso la fragile tregua in atto dallo scorso settembre, tutte le problematiche socio-ambientali che affliggono da anni la regione del delta del fiume Niger restano irrisolte. Ciò non impedisce però alle società petrolifere che operano in Nigeria di arricchirsi sempre di più, come dimostrano i dati dell'ultimo bilancio dell'anglo-olandese Shell, che da quelle parti ormai da decenni fa la parte del leone: nel 2008 l'impresa ha dichiarato profitti per ben 21,5 miliardi di dollari.
    Purtroppo però l'oro nero implica una serie di effetti indesiderati. Sempre frequenti sono gli sversamenti di petrolio in tutto il territorio nigeriano. Gli ultimi sono stati registrati a Ikarama (stato del Bayelsa), Ikot Ada Ufoh (stato di Akwa Ibom), Uzere e Iwerekhan (stato di Delta). Ma ad avere impatti ancora più gravi è l'odiosa pratica del gas flaring, che consiste nel bruciare a cielo aperto il gas naturale collegato all'estrazione del greggio. Sulla scorta di alcuni pronunciamenti dell'Alta Corte della Nigeria, il governo si era impegnato a far cessare il gas flaring entro lo scorso 31 dicembre, ma per adesso le compagnie petrolifere continuano a inquinare impunemente. Per farsi un'idea di quali conseguenze abbia tale attività, basti pensare che i costi e le mancate entrate ad essa collegata si aggirano intorno ai 2,5 miliardi di dollari l'anno, il tutto in un Paese dove il 66 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Il flaring nigeriano produce un ammontare di CO2 pari a quello di 18 milioni di automobili, per un totale di 23 miliardi di metri cubi di gas. Le conseguenze non sono nefaste solo per l'ambiente, ma anche per l'uomo. Nella regione del delta sono in crescita esponenziale i casi di leucemia, asma e bronchiti croniche, tanto che l'aspettativa di vita è di soli 41 anni.
    «Le grandi oil corporation fanno registrare introiti da capogiro anche perché non pagano i costi ambientali delle loro operazioni. In questo modo il debito ecologico dovuto alla Nigeria rimane insoluto». A lanciare questo grido d'allarme è Nnimmo Bassey, presidente dell'Ong nigeriana Environmental Rights Action (Era). Gli esponenti di Era sono molto preoccupati anche delle immediate conseguenze che la diminuzione del prezzo del greggio - da 150 a 40 dollari al barile - sta avendo sull'economia nigeriana, tanto da arrivare a proporre di bloccare l'apertura di nuovi pozzi su tutto il territorio nazionale per avviare finalmente una transizione verso quell'economia non petrolifera che tutto il pianeta agogna. In questo modo il più popoloso Paese africano si sgancerebbe in parte dalla pericolosa dipendenza dall'oro nero e si ridurrebbero in un solo colpo le violazioni dei diritti umani e l'inquinamento collegati ai processi estrattivi. Si stima che il peak oil della Nigeria sia già arrivato un paio di anni fa e che quindi la risorsa sia comunque in diminuzione. Secondo gli esperti di Era è arrivato il momento di considerare altri mezzi per raggiungere lo sviluppo economico del Paese, ad esempio puntando molto sull'agricoltura, elemento di forza dell'economia nigeriana prima che la corsa al petrolio scompaginasse gli equilibri. Insomma, le soluzioni per risolvere il problema non mancano, anche se la strada da compiere è ancora molto lunga e accidentata.
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