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TERRA TERRA
24.03.2009
  • | di Manuela Cartosio
    Carbone pulito, un bluff
    Lo sciopero dei minatori britannici durò un anno (marzo 1984-marzo 1985). Finì con la rovinosa sconfitta del sindacato e con l'epocale vittoria di Maggie Thatcher. Un quarto di secolo dopo, in Gran Bretagna molti caldeggiano l'idea di riaprire le miniere grazie al «carbone pulito». Un'occasione da cogliere al volo, secondo il parlamentare gallese Don Touhig, un risarcimento postumo «per una generazione di minatori che lottò duramente per difendere i posti di lavoro e la nostra comunità».
    L'antico affetto per i musi neri fa prendere lucciole per lanterne al parlamentare gallese. Il «carbone pulito» non esiste. L'ha ribadito ancora un paio di settimane l'Economist. Da anni si favoleggia sulla possibilità di bruciare carbone nelle centrali elettriche, sequestrare l'anidride carbonica e seppellirla sotto terra. Molti miliardi sono stati spesi per testare la Ccs (carbon capture and storage, cattura e immagazzinamento del carbonio). A oggi non esiste nel mondo un singolo impianto che abbia adottato la Ccs. Enormi i costi, svariati i problemi ancora da risolvere prima di passare dalla sperimentazione alla scala industriale, numerose le incognite. Come si comporteranno milioni di tonnellate di CO2 sepolte sotto terra? Troveranno una strada per tornare in superficie e in atmosfera? Contamineranno le falde acquifere? E se maluauguratamente ciò dovesse succedere, chi risponderà in solido e in tribunale dei danni arrecati? Per rispondere a tutte queste domande serviranno almeno una quindicina d'anni, ammesso che si trovino i soldi per finanziare l'impresa. «Nel migliore dei casi - conclude il settimale inglese - il futuro della Ccs è incerto. Nel peggiore, la tecnica si rivelerà inattuabile». Chi spera di alleviare il riscaldamento globale con il «carbone pulito» deve rifare i conti e modificare il calendario.
    In Gran Bretagna si sta studiando la cattura della CO2 nella centrale a carbone di Aberthaw, nella Valle di Glamorgan. La Rwe, proprietaria della centrale, ha investito 8,4 milioni di sterline per costruire un piccolo impianto pilota. Per un impianto su larga scala serve un miliardo di sterline, «e non può che tirarle fuori il governo», mette le mani avanti la Rwe. La strada dei finanziamenti pubblici è già stata percorsa negli Usa, sotto la presidenza Bush. Il risultato è stato un fallimento. A gennaio del 2008 il governo aveva chiuso i cordoni della borsa e vari progetti in Florida, West Virginia, Ohio, Minnesota, nello stato di Washington erano stati o cancellati o sospesi.
    Il fiasco più imbarazzante è stato quello di FutureGen, un consorzio di compagnie elettriche che avrebbe dovuto costruire un impianto di Ccs a Mattoon, in Illinois. Il progetto era decollato nel 2003 con un investimento iniziale di 100 milioni di dollari. Il sito era stato scelto con oculatezza: in una zona ricca di carbone, ben collegato con la rete elettrica, vicino a terreniconsiderati ideali per stoccare il carbonio «per l'eternità». Cinque anni dopo, i costi erano lievitati a 1,8 miliardi di dollari. Il governo federale si è tirato indietro e FutureGen è finita nel limbo. Con un voto bipartisan ha ricevuto dal Congresso solo una manciata di milioni di dollari. Dovrà usarli per cercare nuove soluzioni tecniche in grado di contenere i costi. Archiviata la fase dei sussidi pubblici, i gestori privati statunitensi hanno perso interesse al «carbone pulito». Il Green Deal di Obama torna a citarlo tra le strade da percorrere per abbattere i gas di serra. Ma neppure lui ha la bacchetta magica per far esistere ciò che non esiste.
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