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TERRA TERRA
25.03.2009
  • | di Luca Fazio
    Le bollicine fanno crack
    Il business delle acque minerali è agli sgoccioli? Forse sì. Questo indicatore è doppiamente interessante al tempo della crisi, se consideriamo che gli italiani detengono il primato mondiale di consumo di acqua minerale: 11 miliardi di litri imbottigliati all'anno (190 a testa). Perché se da una parte sembrerebbe logico rifornirsi direttamente dal rubinetto di casa, dove sgorga un'acqua mediamente buona a un costo che si aggira attorno a 0,003 euro al litro, dall'altra bere «acqua del sindaco» ormai è diventato un comportamento virtuoso. Addirittura di moda: grazie alle campagne sociali contro lo sfruttamento dell'acqua pubblica da parte delle multinazionali, contro la moltiplicazione di plastiche da smaltire e contro l'inquinamento dovuto al trasporto delle bottiglie. In Francia, per esempio, dove le vendite di acqua minerale sono calate del 7,5% nel 2008, nei ristoranti le ordinazioni di acqua in caraffa sono aumentate del 15% (nel 1990 il 70% dei francesi si fidava dell'acqua del rubinetto, oggi l'85%). Il rallentamento dei consumi riguarda tutti i paesi dell'Unione europea e del nord America (i mercati emergenti, al contrario, sono sommersi da un mare di acqua minerale: + 20% nel 2008). Non per niente quello delle acque minerali è l'unico comparto del gruppo Nestlé che ha subìto una contrazione del fatturato nel 2008 (circa 6.260 milioni di euro, una diminuzione dell'1,6% rispetto al 2007).
    In Italia la situazione è peggiore, o migliore, a seconda dei punti di vista. Nestlé Water, che è proprietaria del 20% di tutte le acque minerali vendute nel nostro paese, parla di un calo che mediamente si attesta attorno all'1,7%. Sembra poco. Invece, dicono, la situazione è pesante perché la media sul piano nazionale nasconde cifre molto più preoccupanti a livello locale. In via Richard, il quartier generale milanese della multinazionale svizzera, chiamano il Veneto «la maglia nera dei consumi»: record del calo di vendite (quasi 9%), un dato che accomuna tutte le regioni del nord Italia, dove ha fatto breccia la politica dei consumi eticamente sostenibili; al sud, invece, dove la qualità dell'acqua del rubinetto spesso lascia a desiderare, gli italiani continuano a comprare acqua di marca. C'è un altro dato però che dice della crisi e non dei comportamenti virtuosi: «Ovunque si verifica un forte spostamento di consumi verso acque di primo prezzo», che sono la dannazione per una multinazionale come Nestlé che ha saputo «inventare» le acque minerali più famose del mondo. Una si chiama San Pellegrino, dà lavoro a 366 persone e nei migliori ristoranti degli Stati Uniti viene sorseggiata come fosse Barolo. Nonostante un 2008 chiuso in attivo (+ 7,7%), nei primi tre mesi del 2009 le bollicine più «in» d'Italia hanno subìto una perdita di fatturato del 15%. E il peggio, dicono alla Nestlé, dove hanno intenzione di tagliare un terzo del personale, deve ancora venire. Dagli Stati Uniti d'America, per esempio, che dal 23 aprile aumenteranno i diritti doganali su alcuni prodotti europei (dazi) come forma di ritorsione al divieto europeo di acquistare carne bovina americana agli ormoni. «Esportiamo il 25% di acqua San Pellegrino negli Usa - spiega Nestlé Water - e con l'aumento del 100% dei diritti di dogana noi saremmo distrutti. Non smetteremo di lottare contro questa decisione». Nella lotta tra titani (governi d'Europa versus la nuova amministrazione Obama), proprio questa mattina si inseriscono i lavoratori del gruppo Nestlé che scioperano 8 ore, con presidio davanti alla sede milanese, per protestare contro il licenziamento di 282 dipendenti.
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