mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
01.04.2009
-
| di Manuela Cartosio
Gamberetti o raffineria?
Dove le acque del Fiume delle Perle si confondono con quelle del mare si trovano le isole di Nansha, propaggine estrema della regione del delta che produce un terzo delle esportazioni e un decimo del pil cinesi. A Nansha dovrebbe sorgere la più grande raffineria petrolifera dell'Asia. Costo previsto 5 miliardi di dollari, frutto di una joint venture tra Sinopec (una delle tre società petrolifere statali cinesi) e la Kuwait Petroleum Corporation. Del progetto si discute da anni e le autorità del Guangdong sono sul punto di prendere una decisione in proposito. Alla vigilia, favorevoli e contrari dicono la loro sperando di pesare sulla decisione.
Quelli che avranno più da rimetterci sono gli allevatori di pesci, gamberi e crostacei. Con la raffineria incombente dovranno chiudere bottega. Storcono il naso anche i residenti. Lamentano di coabitare da anni con una vecchia raffineria che, pur di taglia inferiore, ammorba l'aria. L'inquinamento atmosferico provocato dal mega petrolchimico, dicono, si propagherà fino a Dongguan e a Shenzhen (che ambientalmente già se la passano maluccio, anche se la crisi ha chiuso diverse fabbriche). Nella vicina Hong Kong si fa notare che non sarebbe molto «saggio» piazzare un grande petrolchimico nel cuore di un'area densamente abitata come il delta.
Fin qui siamo più o meno nella norma. Sorprende, invece, che un funzionario della protezione ambientale del Guangdong abbia pubblicamente ammesso che la raffineria avrà sicuramente «un pesante impatto» ambientale. Lo stesso funzionario ha ricordato che il verdetto sul megaimpianto sarà emesso dopo la valutazione di impatto ambientale. La stampa locale ha interpretato queste dichiarazioni come segnali di disponibilità delle autorità provinciali a spostare la raffineria in zone meno popolate del Guangdong.
La cosa ha creato «nervosismo» nelle alte sfere che hanno reagito proibendo ai siti web di «riprodurre, commentare, discutere» qualsiasi notizia riguardante la valutazione d'impatto ambientale. Contemporaneamente ha alzato la voce la lobby petrolifera: «Le nuove raffinerie, oltre che necessarie, saranno più sicure di quelle vecchie. Se il Guandgong non approverà il megaprogetto, sarà molto difficile soddisfare la domanda locale di carburante».
Comunque vada a finire, la vicenda di Nansha è un altro tassello della presa di parola dei cittadini cinesi su questioni ambientali che li toccano da vicino. Non è ancora un movimento, ma non è più l'accettazione supina di decisioni calate dall'alto. In parallelo i governanti, più al centro che in periferia, hanno maturato la consapevolezza che urge disinnescare la bomba ambientale. In almeno due casi le mobilitazioni popolari hanno avuto successo: un impianto chimico multimiliardario, progettato a Xiamen (nel Fujian), è stato cancellato; nello Yunnan è stata rinviata la costruzione di una diga sul fiume Nu che avrebbe dovuto alimentare una centrale idroelettrica.
Il terremoto nel Sichuan del maggio 2008 ha «risolto» alla radice, e nel modo peggiore, il contenzioso sulla costruzione di una raffineria di PetroChina e di uno stabilimento di etanolo a una trentina di chilometri dal capoluogo Chengdu. Cinquecento persone aveva manifestato a Chengdu con una mascherina bianca sulla bocca, premurandosi di precisare «non siamo dissidenti, vogliamo solo acqua e aria pulita». Una settimana dopo, il terremoto aveva fatto esplodere due impianti chimici in quello stesso sito, sommando un disastro ambientale alla perdita di vite umane.
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