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TERRA TERRA
02.04.2009
  • | di Marina Forti
    La battaglia di Niyamgiri
    La miniera delle montagne Niyamgiri torna a far parlare di sé. E' il controverso progetto dell'azienda mineraria Vedanta Resources, compagnia britannica proprietà di uno dei più ricchi capitani d'industria indiani (è nella lista delle prime 100 società per capitalizzazione quotate alla Borsa di Londra). Si tratta di aprire una miniera di bauxite a «cielo aperto» in una zona remota delle montagne dell'Orissa, stato dell'India orientale, nel cuore di una regione di montagne impervie, foreste e grandi giacimenti minerari: racchiude il 70% dei giacimenti di carbone dell'India, il 56% di ferro e il 60% di bauxite. Non a caso è chiamata la mineral belt, «cintura dei minerali».
    Le alture di Niyamgiri, per quanto remote, non sono però deserte. Sono abitate da una popolazione nativa (adivasi, o «tribali») di circa 8.000 persone: i Dongria Kondh, una tra le popolazioni aborigene meno integrate dell'India (più «primitive», dicono le autorità locali). La miniera a cielo aperto del Niyamgiri dunque torna, in particolare con un filmato, un documentario che oggi sarà presentato ai deputati del parlamento britannico, a Londra. Titolo: «Mine: story of a sacred mountain», (Miniera: storia di una montagna sacra», realizzato dall'organizzazione per i diritti dei popoli indigeni Survival international, che ripercorre la storia della miniera di bauxire dal punto di vista della popolazione Dongria Kondh. Sono loro infatti che hanno tutto da perdere da quella miniera.
    La miniera infatti porterebbe ruspe e macchinari pesanti su quelle alture, aprendo una grande ferita nella foresta. Vedanta conta di estrarne la bauxite per alimentare una raffineria di allumina già costruita non lontano, presso la cittadina di Lanjigarh: anzi, ha investendo 800 milioni di dollari per ampliarla; dovrebbe produrre inizialmente 1 milione di tonnellate di allumina all'anno. Per tutto questo - raffineria e miniera - Vedanta ha ottenuto le concessioni dal governo dell'Orissa già nel 2004, suscitando le proteste delle comunità adivasi già evacuate per fare posto agli impianti industriali. Resistenze ancora più forti suscita la miniera: i Dongria Kondh dovranno andarsene, se il progetto sarà realizzato, ma per loro sulle colline di Niyamgiri c'è la sopravvivenza, fisica e culturale. Per loro quel massiccio è Niyam Raja, «montagna regina», da onorare e non toccare: da lei sgorga il bene più prezioso che ci sia, l'acqua.
    Negli ultimi tre anni dunque i Dongria Kondh si sono mobilitati in frequenti proteste, sostenuti da una rete di ambientalisti, attivisti sociali e per i diritti civili. Per due volte hanno mandato delegazioni fino a Londra, all'assemblea degli azionisti di Vedanta, a perorale la propria causa. Hanno cercato le vie legali, con una petizione per «pubblico interesse» alla corte suprema indiana. A loro favore c'erano diversi argomenti, dalle valutazioni di impatto ambientale alla perdita di mezzi di sopravvivenza a cui saranno condannati: alla fine però la Corte suprema si è pronunciata, nell'agosto 2008, a favore del progetto minerario. Gli adivasi delle colline di Niyamgiri non si danno ancora per vinti, hanno scritto appelli, torneranno a rivolgersi agli azionisti della compagnia mineraria: che sappiano come i loro investimenti contribuiscono a cancellare una popolazione - o almeno, considerino il rischio di trovarsi presto sommersi da richieste di risarcimenti. Di preoccuparsi hanno del resto ampio motivo - di recente la polizia indiana ha cominciato a indagare sulle accuse di frode mosse contro Anil Agarwal, il multimiliardario presidente della compagnia.
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