mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
03.04.2009
-
| di Marina Zenobio
Fiumi della discordia
Laddove le acque del Rio Iguazù (o Iguaçu a seconda della nazione che attraversi) precipitano lungo un costone roccioso di 2700 metri, con salti fino a 80, la natura dà uno dei suoi spettacoli più belli. Che si ammirino dal lato brasiliano piuttosto che da quello argentino, le Cascate di Iguazù ogni anno attirano oltre un milione di turisti facendone l'attrazione principale del Parco nazionale omonimo (dichiarato nel 1986 patrimonio dell'umanità dall'Unesco), che si estende per 67mila ettari e con una diversità biologica propria della selva subtropicale. Il Río Iguazú («grande acqua» nella lingua parlata dagli indios Tupi-Guaranì) nasce a 1300 metri sul livello del mare dalla confluenza dell'Iraí con l'Atuba, nei pressi della città brasiliana di Curitiba. E' nella parte finale del suo percorso che si trovano le cascate, dopo un tragitto di 1320 chilometri, prima di confluire nel fiume Paranà e disegnare, per un tratto di 100 chilometri, le frontiere tra l' Argentina e il Brasile.
E' già accaduto, però (nel giugno del 2006 secondo la denuncia della fondazione argentina Proteger di Santa Fe) che le cascate rimanessero quasi a secco, a causa della chiusura contemporanea delle cinque dighe (Foz do Areia e i Saltos Segredo, Santiago, Osorio e Caxias) costruite dal Brasile, lungo il corso dell'Iguazù sul suo territorio, per accumulare acqua e generare elettricità in periodi di siccità. Ora tra i due paesi si è aperto un contenzioso, perché il Brasile ha in progetto la costruzione di una sesta diga proprio qualche decina di chilometri a monte (comunque sul suo territorio) prima che le acque del fiume precipitino a cascata. Si chiamerà Baixo Iguaçu e l'Agenzia nazionale per l'energia elettrica del Brasile ne ha affidato la costruzione all'impresa Neoenergia con l'obiettivo di generare 350 megawatt.
E' indubbio che una sesta diga sul Rio Iguazù comprometterebbe ulteriormente il flusso delle acque che formano le cascate condivise con l'Argentina, danneggiandone la biodiversità e anche l'industria turistica. Se ne preoccupano agli ambientalisti, per i quali il caso mette in evidenza ancora una volta la necessità di coordinamento tra paesi quando si voglia intraprendere la costruzione di una infrastruttura che avrà un impatto sull'intera regione, ma anche l'ex sindaco di Puerto Iguazù Timoteo Llera, che si è appellato a Agustin Colombo, vicesegretario della cancelleria argentina per le relazioni con l'America latina. Ma la risposta è stata laconica: non esistendo un trattato che regoli lo sviluppo di megaprogetti sul fiume condiviso, non si può impedire al Brasile di costruire una nuova diga sul suo territorio. Rischia così di aprisi un contenzioso internazionale tra i due paesi, che per l'Argentina non è il primo, ne ha giù uno in corso alla Corte internazionale di giustizia con l'altro suo vicino, l'Uruguay, che vuole costruire a Fray Bentos, sul Rio Uruguay, una fabbrica di cellulosa. Entro i suoi confini, certo, ma a valle si è in territorio argentino e le popolazioni locali non vogliono la fabbrica, perché i residui industriali tossici scaricati in acqua finiranno inevitabilmente anche nel tratto di fiume che bagna le loro terre. Per la Fondazione Proteger è ormai urgente sottoscrivere un piano multinazionale dell'utilizzo delle risorse comuni, per evitare ulteriori danni - ecosistemici e sociali - sui fiumi Iguazù, Paranà e Uruguay, tutti quelli cioè che formano la vasta conca del Rio de la Plata, ricordando che l'utilizzo dell'acqua in conche condivise è una delle grandi sfide del nostro secolo.
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