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TERRA TERRA
08.04.2009
  • | di Manuela Cartosio
    Fame miliardaria
    Dal 18 al 20 aprile si terrà a Treviso il G8 dei ministri dell'agricoltura, il primo a presidenza italiana. La bozza del documento politico del summit, anticipato ieri in prima pagina dal Financial Times, rilancia l'allarme diffuso da diverse organismi internazionali su produzioni agricole, volatilità dei prezzi delle derrate alimentari, crescita della fame nel mondo. Fa comunque impressione il termine ultimativo fissato dal documento: per far fronte alla crescita della popolazione (90 milioni di bocche in più ogni anno) e agli effetti dei cambiamenti climatici la produzione agricola globale dovrà raddoppiare entro il 2050. Se così non sarà, si rischia la crisi alimentare permanente e l'instabilità globale. La crisi che l'anno scorso ha fatto scoppiare rivolte in una trentina di paesi poveri, strangolati dal prezzo alle stelle dei cereali, diventerà «strutturale» nel giro di un decennio. Non inciderà solo nei rapporti economici tra gli Stati, peserà sulla stabilità politica e sulla sicurezza globale.
    Il Financial Times correda l'articolo con un grafico illuminante. Nei primi mesi di quest'anno i prezzi dei generi alimentari sono sì diminuti rispetto ai vertiginosi picchi toccati nel 2007-2008, ma restano sensibilmente più alti rispetto al quinquennio precedente. Un fatto passato in secondo piano, quasi oscurato dalla crisi economica globale. E invece quest'ultima rafforza la crisi alimentare, affermano vari esperti intervistati dal quotidiano anglossasone. E' cambiata solo la forma in cui si manifesta: nel 2008 è stata uno tsunami, ora ha l'andamento di una marea. Che non si ferma e sommerge sempre più esseri umani. Per effetto delle due crisi si stima che oltre un miliardo di esseri umani soffrano la fame o siano suttonutriti. E' un'inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti, quando gli affamati erano in calo. Per fronteggiare la situazione il World Food Programme delle Nazioni unite quest'anno cercherà di distribuire aiuti per 6 miliardi di dollari, il 20% in più rispetto all'anno scorso.
    Rispetto a 18 mesi fa i prezzi dei generi alimentari restano più alti di un buon 50%. A soffrirne maggiormente sono ovviamente i poveri, che destinano al cibo due terzi del loro reddito disponibile.
    Il riso thailandese, usato come riferimento mondiale, costa attualmente 614 dollari alla tonnellata, più del doppio del prezzo medio dell'ultimo decennio. In molti paesi dell'Africa sub-sahariana i prezzi locali del cibo non accennano a diminuire. In Malawi il mais è aumentato del 100%, in Afghanistan la farina costa il 67% in più.
    Secondo alcuni analisti, il peggio arriverà quando la disoccupazione crescente e il calo delle rimesse degli emigrati faranno dimunire il reddito destinato al cibo nei paesi in via di sviluppo. Finiranno alle corde anche paesi, come il Kirghizistan, che in passato non hanno avuto bisogno di aiuti alimentari internazinali.
    Ad aggravare la situazione ci si metteranno anche i paesi agricoli forti: semineranno e produrranno di meno per tenere alti i prezzi nonostante una domanda globale in calo. Negli Stati Uniti, primo esportatore mondiale di generi alimentari, gli acri seminati questa primavera a grano e a mais diminuiranno del 2%. Sempre negli Usa, per la prima volta in 30 anni calerà la produzione di carne bovina e di pollame. La perdurante siccità nel Sud America, in particolare in Argentina, quasi dimezzerà la produzione cerealicola.
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