mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
30.04.2009
-
| di Marinella Correggia
Saggezze indigene e clima
Di fronte a quegli irresponsabili che sono responsabili della crisi climatica, i non responsabili della crisi stessa mostrano quanto sanno essere, da sempre, responsabili. I popoli indigeni portano avanti da millenni, adeguandole alle nuove situazioni, saggezze pratiche e ideali che salverebbero il clima. Ne hanno discusso nei giorni scorsi quattrocento delegati riunitisi in Alaska ad Anchorage per il Vertice mondiale dei popoli indigeni sui cambiamenti climatici (la «crisi climatica di Madre Terra»).
Tutto mentre in questi giorni otto nazioni artiche e scienziati di vari paesi sono riuniti nella città norvegese di Tromsoe per discutere dello scioglimento dei ghiacciai: un disastro (anche per l'agricoltura e dunque per l'alimentazione a valle, di centinaia di milioni di persone) che passa per l'Himalaya, le Ande, le Alpi, il Kilimanjaro, la Groenlandia, il Polo Nord e il Polo Sud.
Il ministro degli Esteri della Bolivia David Choquehuanca Céspedes ha così riassunto l'incontro di Anchorage: «Siamo tutti stati allevati da Madre Terra. Siamo dunque fratelli e sorelle e non solo umani, animali e piante. I popoli indigeni capiscono che la cosa più importante di tutte è la vita, in tutte le sue forme. E il caos climatico minaccia la vita». A cominciare da quella delle popolazioni autoctone e povere che sono profondamente colpite dai cambiamenti, perdendo territori, casa, mezzi di sussistenza, cibo, proprio loro che possono vantare impronte ecologiche leggere anche perché tutelano le foreste e lottano contro l'estrazione di combustibili fossili.
Un'idea semplice è stata suggerita da Carrie Dann della Western Shoshone Nation, gruppo di nativi nordamericani dell'est degli Stati Uniti: «Perché non cominciare a bloccare auto e aerei per un giorno? E poi per due, e così via». Nei suoi territori vede sempre più incendi, perché fa sempre più caldo. E per prevenire simili incendi, distruttivi e causa di emissioni climalteranti, che hanno messo a fuoco l'Australia e ucciso centinaia di persone e milioni di alberi e animali, gli aborigeni della Western Arnhem Land utilizzano la pratica del fuoco controllato dopo la stagione delle piogge per creare delle barriere. Con successo.
In Asia, le popolazioni indigene sviluppano varietà di colture diversificate adatte al clima, producono energia da biomasse locali ecocompatibili e dal microidroelettrico. Nell'isola di Bali le popolazioni autoctone proteggono e recuperano le mangrovie, utili al controllo tanto del carbonio che della furia degli eventi estremi. Nelle Filippine mappano le fonti d'acqua ancestrali e sviluppano piani di gestione integrati.
In Honduras, di fronte all'imperversare di uragani, il popolo Quezungal pianta le colture sotto gli alberi così da aiutare l'ancoraggio al suolo e ridurre la perdita dei raccolti durante i disastri. In Guyana, gruppi indigeni si sono dati al nomadismo, spostandosi verso zone più boscose nella stagione di secca e piantando ora la manioca nelle pianure alluvionali, in precedenza troppo umide.
Le nazioni indigene scontano qualche divisione - quelle della regione artica ricca di petrolio e gas si sono opposte a una richiesta di moratoria totale delle nuove estrazioni caldeggiata in particolare dai partecipanti più giovani e da quelli asiatici - ma insieme sfidano gli stati contro le «false soluzioni e i progetti di mitigazione con meccanismi di mercato». Possono aiutare il resto del mondo ad affrontare la minaccia climatica se il mondo le ascolta e rispetta a livello locale, nazionale e internazionale, anche con un maggior coinvolgimento nei negoziati.
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