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TERRA TERRA
16.06.2009
  • | di Fulvio Gioanetto
    Panama, terra e ambiente
    Questa volta ad accogliere le ruspe dell'impresa di allevamenti industriali Compania Ganadera de Boca S.A. c'era una gran folla con machetes, frecce, lance e molotov. Già il 24 aprile scorso, per evitare scontri e confronti, i nasos si erano ritirati sull'altra sponda del fiume San San. Questa volta no: nella comunità di San San Druy, centinaia di indigeni si sono raccolti in difesa del loro territorio, appoggiati anche da alcuni ambientalisti e attivisti della società civile (vedi www.elsiglo.com).
    Stiamo parlando del nord di Panamá, di un territorio minacciato non più solo dai progetti idroelettrici dell'azienda statunitense Aes Corp, in località Bonyk, ma adesso anche dalle invasioni degli allevatori. La popolazione locale, circa quattromila nasos, con la loro economia di raccoglitori-pescatori preservano i parchi naturali La Amistad e Reserva del Bosque de Palo Saco, due aree naturali che fanno parte integrante del «sito della biosfera» e patrimonio dell'umanità del Rio Teribe. Questa riserva ospita la più estesa selva pluviale centroamericana, con catalogate 180 specie di piante, 60 di uccelli e 6 di anfibi endemiche, con più di 40 specie di pesci, 250 di rettili e anfibi, 215 specie di mammiferi e 600 di uccelli. Si calcola che nella riserva di La Amistad viva il 4% di tutte le varietà di specie terrestri della terra.
    È una lotta lunga quella dei nasos. Da quaranta anni questa popolazione indigena cerca un riconoscimento legale definitivo che dia al suo territorio ancestrale lo statuto legale di «com'arca», una struttura giuridica che permette ai governi indigeni di gestire in modo semiautonomo le proprie risorse. In effetti Panamá sfrutta turisticamente l'immagine ecologica delle sei nazioni indigene che con il loro modo di vita proteggono i parchi e riserve naturali visitati annualmente migliaia di turisti. Nelle comunità nasos operano da anni progetti ecoturistici gestiti dalla stessa popolazione, che intrecciano le attività conservazioniste di protezione della biodiversitá della selva pluviale con lo sviluppo di economie locali a partire di caccia, raccolta, pesca e piccola agricoltura di tipo ecologico e organico.
    La forte diversità etnica del paese, con quasi il 10% dei 2 milioni di abitanti composto dalle tribù kuna, emberá, wounan, ngobe, buglé e nasos, non si riflette però nella programmazione della gestione delle risorse naturali del paese, dove il punto di vista delle popolazioni indigene è escluso. Scrive un giornalista locale descrivendo l'accaduto in Bocas del Toro: (le forze di polizia) «hanno minacciato di lanciare bombe dagli elicotteri. In che paese viviamo? I diritti della collettività devono prevalere su quelli particolari e privati. Tutti noi sappiamo che in mancanza di delimitazione e di costituzione di una comarca qualsiasi compagnia senza scrupoli invade e si appropria di terreni nazionali, con terra e abitanti». Appoggiate da un fitta rete di Ong nazionali e latinoamericane, da gruppi ambientalisti e da semplici cittadini della provincia di Bocas de Toro, le comunità nasos chiedono al governo che una volta per tutte inizi la delimitazione ufficiale del loro territorio ancestrale e che si blocchino definitivamente i progetti delle quattro dighe sul fiume Teribe da parte dell'impresa costruttrice colombiana Epm. Così la legittima difesa territoriale di una comunità indigena si è saldata con le lotte di gruppi ambientalisti internazionali in difesa della biodiversità e dell'ambiente planetario.
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