domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
20.06.2009
-
| di Marinella Correggia
Iraq, fiumi e serpenti
Fra le tante piaghe dell'Iraq nel XXI secolo potevano mancare i serpenti? No. Una riduzione senza precedenti nella portata dei fiumi Tigri ed Eufrate sta lasciando la popolazione rurale del Sud in preda non solo alla mancanza di acqua nel caldo infernale, ma anche ai serpenti che, informa il quotidiano inglese «The Independent», hanno già ucciso o avvelenato una ventina di persone e molti animali. La vipera della sabbia Echis carinatus, la vipera cornuta del deserto Cerastes cerastes e il cobra del deserto Walterinnesia aegyptia hanno perso nella polvere i loro habitat naturali fra i canneti lungo le rive dei fiumi Tigri ed Eufrate e per questo si avvicinano alle case e alle stalle. Gli agricoltori si danno i turni per proteggere gli animali e chiedono vaccini, ma i servizi medici e veterinari non ne hanno.
Tigri ed Eufrate per migliaia di anni hanno garantito la vita e il fiorire di una civiltà fra le più antiche del mondo nelle pianure assolate e nei suoli altrimenti aridi della Mesopotamia, «terra fra i due fiumi». Adesso stanno morendo di siccità e perché il loro flusso, che arrivava in Iraq passando attraverso Turchia,. Siria e Iran, è intercettato dalle dighe a monte oltre che dalla massiccia irrigazione. Solo sull'Eufrate, la Turchia ha cinque grandi dighe e la Siria due. In passato l'Iraq aveva dighe proprie, ora agli sgoccioli: le loro riserve in tutto il paese ammontavano in maggio a 11 miliardi di metri cubi a confronto dei 40 miliardi di soli tre anni fa.
La perdita di queste acque vitali potrebbe diventare uno dei maggiori disastri naturali del mondo, simile alla distruzione della foresta amazzonica. In meno di un decennio la portata d'acqua dell'Eufrate è scesa di tre quarti (da 950 metri cubi al secondo a 230). L'avanzata del deserto ha già portato frequenti tempeste di sabbia fino alle porte di Baghdad, nei cui mercati di ortofrutta solo i datteri sono iracheni, il resto è ormai tutto importato. In una recente conferenza sul problema dell'acqua tenutasi a Suleymanya, il Ministro dell'agricoltura ha detto che fra il 40 e il 50% della terra coltivata negli anni 70 è ora in via di desertificazione. Tanti agricoltori, che eroicamente avevano resistito in condizioni estreme (da quelle parti già solo sopportare il caldo per un viaggiatore che sta all'ombra e non lavora è uno strazio...), lasciano le campagne e raggiungono le città. Dove troveranno miseria. Alla Turchia è stato chiesto di rilasciare dalle sue dighe a monte una quantità di acqua maggiore: «Abbiamo bisogno di almeno 500 metri cubi di acqua al secondo ma ce ne danno la metà. Ci hanno accordato 130 metri cubi extra solo per due giorni, ma ci servono per mesi» dice il Ministro delle Risorse agricole; «in più siamo vittime di una siccità che dura da quattro anni, con meno di metà della normale pluviometria».
Cause della distruzione dell'agricoltura non sono solo le dighe turche, la siccità, il lungo embargo internazionale e poi la guerra, il taglio degli alberi per farne legna da ardere in emergenza. Secoli di irrigazioni senza drenaggio hanno portato alla salinizzazione dei suoli, resi infertili. La salinizzazione è aumentata ovviamente con la mancanza di acqua nei fiumi.
Gli esperti raccomandano che, oltre a un più equo rilascio di acqua da parte turca - richiesto a gran voce anche dai contadini iracheni del centro e del Sud a Najaf in una recente manifestazione - ci siano grandi investimenti nel miglioramento dell'uso delle acque. Ma il budget del Ministero è ridotto a soli 500 milioni di dollari a causa della caduta dei prezzi del petrolio.
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