mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
07.07.2009
-
| di Marinella Correggia
Una Carta per le miniere
È notissimo il detto spagnolo «vale un Potosí», per dire «vale una fortuna». Ma le tragicamente famose miniere di argento di Potosí, in Bolivia, aperte con la Conquista e sfruttate per secoli, sono una prova che spesso le miniere non sono fortuna ma disgrazia dei popoli.
Le principali aziende minerarie del mondo, riunite nell'International Council on Mining and Metals (Icmm), alla Conferenza di Johannesburg sullo sviluppo sostenibile nel 2002 si impegnarono a condurre attività minerarie «sostenibili». Poco tempo dopo il linguaggio era cambiato: in effetti parlavano solo di attività minerarie «responsabili». Di miniere insostenibili e irresponsabili si è discusso durante il Gsotto in Sardegna, a proposito di crisi ambientale ed energetica. Il guatemalteco Basilio Tzoy Grijalva, del Consiglio per la protezione dei territori dei popoli indigeni, ha posto il problema: «La nostra legge mineraria va riformata per garantire il rispetto dei diritti e della cultura delle comunità locali, in genere indigene, tener conto delle norme dell'Organizzazione internazionale del lavoro, garantire maggiori royalties al paese e anche differenziare fra quel che si estrae. Ad esempio, siamo proprio contro l'estrazione di oro e argento. Non è cibo, nessuno muore se non si estraggono. Sono un "piacere", un lusso. Qualcosa di cui il mondo può fare a meno». (Che dire dei diamanti?)
Nelle Filippine è sorto un movimento popolare chiamato Alternative Mining Bill, legge per un'attività mineraria alternativa. L'ha illustrato Jean Marie M. Ferraris, dell'organizzazione filippina Legal Rights and Natural Resources, membro di Friends of the Earth: «Un uso saggio delle risorse naturali è nell'interesse nazionale. Proponiamo vari principi guida. La gestione dovrebbe essere condivisa e partecipata dalle comunità locali, in genere popoli indigeni, mentre ora è il governo centrale a decidere quali concessioni dare, cosa esportare e come utilizzare i proventi. La piena sicurezza, poi, deve andare di pari passo con la sovranità: estrarre solo le risorse necessarie all'uso domestico e all'interesse nazionale, non a quello delle multinazionali. Deve essere centrale allora il riciclaggio e il riuso dei minerali già estratti, per minimizzare la necessità di nuove estrazioni. E occorre che le necessità siano indicate in un piano nazionale per l'industrializzazione, che adesso non esiste, tanto i minerali sono in gran parte esportati. Inoltre, la sovranità alimentare e la relativa sicurezza non devono essere messe a repentaglio dalle estrazioni minerarie».
Nelle Filippine negli ultimi decenni i proventi minerari hanno rappresentato solo il 2% del Pil, e l'1% dei posti di lavoro. Dunque le principali fonti di sussistenza, lavoro e reddito sono altrove: oltre il 30% in agricoltura, e poi servizi, trasformazione. E' dunque assurdo sacrificare agricoltura, foreste, turismo alle attività minerarie: «Quando le Filippine hanno cambiato la politica in materia di estrazioni, si credeva che sarebbero piovuti dollari. Ma gli incassi sono inferiori al previsto, e poi il governo filippino ha garantito alle compagnie minerarie 5 anni di sgravi rispetto al pagamento della tassa sui redditi».
Insomma: miniere solo quando e quanto necessario, e dove possibile: in molte aree l'estrazione non è fattibile se non a prezzo di grandi rischi o costi umani e ambientali. Nelle Filippine c'è ad esempio un'estesa «cintura del tifone», dove si registrano fino a 20 fra cicloni e uragani l'anno; c'è «l'anello del fuoco», soggetto a incendi e a terremoti; e infine c'è l'arcipelago, una linea costiera lunghissima.
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