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TERRA TERRA
14.07.2009
  • | di Marinella Correggia
    Acqua libera a Bundanoon
    Quando si dice una decisione popolare che il mondo e i singoli dovrebbero imitare! I 2.500 saggi abitanti di Bundanoon, zona rurale a sud di Sidney, la scorsa settimana sono andati a referendum e hanno votato per la messa al bando dell'acqua imprigionata in bottiglia. Obiettivo: combattere l'impronta climatica (in inglese: carbon footprint) dell'imbottigliamento, trasporto (tir su tir, anche nel caso delle bottiglie di vetro riusabile) e smaltimento. Poche ore prima il premier dello New South Wales, il più popoloso dell'Australia, proibiva ai dipartimenti e alle agenzie dello stato di comprare acqua in bottiglia, «uno spreco di denaro pubblico e di risorse naturali». Una simile decisione è stata presa già da decine di città in vari paesi e dagli studenti di un'università inglese. E sempre pochi giorni fa un rapporto al Congresso Usa del General Accountability Office ha detto chiaramente che «i consumatori non realizzano che le acque in bottiglia sono meno regolamentate di quelle del rubinetto».
    Torniamo a Bundanoon, che ha ricevuto i complimenti dal gruppo Do Something! Capace tempo fa di ottenere il divieto degli shopper di plastica a Coles Bay (Tasmania). La decisione del piccolo paese è stata davvero popolare, non dall'alto. Galeotta è stata la richiesta da parte di una compagnia di Sidney, la Norlex Holdings Pty Ltd, di costruire in zona un impianto per l'estrazione di acqua minerale. I residenti si sono opposti all'idea che qualcuno da fuori arrivasse a prendere la loro acqua, la andasse a imbottigliare a Sidney e poi gliela rivendesse. E hanno portato il caso in tribunale. Ma intanto si sono resi conto di quanto fosse assurdo acquistare e consumare appunto l'acqua in bottiglia, oltretutto mille volte più chiara di quella del rubinetto e non certo più sana.
    Per una vera messa al bando bisognava trovare una soluzione indolore per i commercianti locali. Uno di loro ha suggerito di vendere (la zona è turistica), allo stesso prezzo, delle bottiglie riusabili da riempire alle fontane pubbliche o, pagando una cifra modica, negli stessi negozi. I 50-60 commercianti di Bundanoon hanno tutti accettato. Per loro Huw Kingston ha dichiarato all'agenzia stampa Reuters: «In posti del mondo dove l'acqua non è potabile le bottiglie possono avere un senso ma noi abbiamo un'ottima acqua del rubinetto. Come comunità vogliamo lavorare insieme per la sostenibilità». Quante decine di milioni di consumatori e quanti commercianti in Italia potrebbero dire altrettanto eppure continuano ad attaccarsi (o a vendere) a quell'acqua ferma nel plasticume? Si noti che i ventidue milioni di australiani hanno speso 500 milioni di dollari in acque in bottiglia l'anno scorso: molto meno, in proporzione, degli italiani. Molti dei quali continuano a non rendersi conto oltretutto che nel piccolo la loro bottiglietta contribuisce, via caos climatico, a far scarseggiare l'acqua a chi ne ha già poca.
    Un altro ragionamento utile si ricava dalle obiezioni di Geoff Parker, direttore dell'Australasian Bottled Water Institute (consorzio di produttori di acque in bottiglia), per il quale le due messe al bando in Australia non solo limitano la scelta dei consumatori (e questo francamente non sarebbe un problema se non per i profitti) ma potrebbero dirottare più che verso l'acqua di rubinetto verso l'acquisto di bibite zuccherate. E l'impronta ecologica di una bottiglia di acqua da fonte locale è molto più piccola di quella di una bibita o di una passata importate.
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