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TERRA TERRA
25.07.2009
  • | di Manuela Cartosio
    Alga magica
    Non siamo ancora riusciti a produrre su vasta scala i biocarburanti di seconda generazione (ricavati dalla cellulosa di piante e scarti agricoli) e già si favoleggia di quelli di terza, ottenuti dalle alghe. In California in molti, leggiamo sull'ultimo numero di Le Monde diplomatique, si stanno cimentando nella «ricerca del Graal del XXI secolo». Tra questi c'è Craig Venter, il discusso personaggio che per primo ha prodotto la sequenza genetica di un organismo vivente. Ed è proprio sulla Synthetic Genomics di Venter che la Exxon Mobil, la più grande società petrolifera del mondo, ha puntato 600 milioni di dollari per sviluppare biocarburanti da alghe fotosintetiche, compatibili con la benzina e il gasolio oggi in uso.
    L'accordo, siglato il 14 luglio, ha sorpreso un po' tutti. Exxon, fin qui, aveva rovesciato palate di scetticismo su qualsiasi tipo di energia rinnovabile (e finanziato generosamente i negazionisti del cambiamento climatico). 600 milioni di dollari, da spendere nell'arco di sei anni, per Exxon sono un bruscolino. Ma ci vorranno miliardi, e parecchio tempo, per sviluppare su base industriale la produzione di biofuel da alghe, ammesso che il progetto pilota, installato a San Diego, centri l'obiettivo. Exxon va coi piedi di piombo: «Non sarà facile e il successo non è assicurato». La vera sfida del biocarburante da alghe, afferma Craig Venter, è produrne «grandi volumi». Per riuscirci, servono progressi significativi sia sotto il profilo scientifico che ingegneristico.
    Indubbiamente le alghe fotosintetiche presentano parecchi vantaggi. Per crescere hanno bisogno solo di luce solare, di anidride carbonica e di calore (più ce n'è, più si sviluppano in fretta). Non necessitano di acqua dolce, non sottraggono terreno allae colture alimentari. Per queste ragioni, il biocarburante ottenuto dalle alghe ridurrebbe la produzione di gas serra, anche se non sarebbe del tutto carbon-neutral. Inoltre, il petrolio da alghe porebbe essere lavorato nelle raffinerie esistenti e impiegato da auto, camion e aerei senza bisogno di modifiche tecnologiche ai motori.
    La caratteristica più intrigante delle alghe è che mangiano un sacco di Co2. Si sta pensando di nutrirle con le emissioni prodotte da centrali e industrie pesanti. Più facile e più utile che seppellirle sotto terra, come si progetta di fare con la cattura e il sequestro della Co2. Per trasportare l'anidride carbonica dalle ciminiere ai bioreattori pieni di alghe ci vorranno chilometriche condutture (ma non pignoleggiamo). Per indurre le alghe a secernere in fretta l'olio che altrimenti produrrebbero lentamente basterà immettere calore (che è pur sempre energia). Serviranno invece le arti manipolatorie del genetista Venter per «convicerle» a non immagazzinarlo al loro interno, ma a rilasciarlo nel brodo di coltura. Una soluzione brillante e spedita, che eviterebbe di dover rompere le molecole delle alghe per raccogliere l'olio contenuto al loro interno. Ultima mossa: fare in modo che l'olio secreto dalla alghe - un trigliceride a base di ossigeno, idrogeno e carbonio - rilasci l'ossigeno . Quel che resta, è un idrocarburo.
    La partnership Exxon-Venter ha suscitato un acceso dibattito sulla pagina ambiente del sito del Guardian. Riassumibile in tre posizioni: 1) di una coppia del genere bisogna diffidare a prescindere; 2) ricavare petrolio dalle alghe, soprattutto se riuscirà a farlo la Exxon, sarà un alibi per eternizzare gli attuali stili di vita e di trasporto; 3) fantastico!
    Chi vivrà (piuttosto a lungo), vedrà.
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