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TERRA TERRA
28.07.2009
  • | di Marinella Correggia
    L'arrosto amazzonico
    Che la filiera della bistecca bovina da animali bradi sia una delle maggiori killer dell'Amazzonia brasiliana è chiaro da tempo ma forse mai era stato illustrato tanto bene come nel rapporto di Greenpeace International «Slaughtering the Amazon» (Macellando l'Amazzonia). Il documentatissimo rapporto fa i nomi delle compagnie internazionali di distribuzione che comprano carne e pelli da fornitori del Brasile, diventato il maggior esportatore di carne bovina al mondo a spese degli alberi, della biodiversità, dell'equilibrio idrico, del clima (il paese sudamericano è il quarto produttore mondiale di gas serra proprio a causa della distruzione della foresta).
    Il rapporto è durissimo: l'industria dei bovini provocherebbe l'80% della perdita dell'Amazzonia e il 14% della perdita mondiale delle foreste. L'area totale di Amazzonia brasiliana ridotta a pascolo è oggi di 240.000 miglia quadrate; più di tutta la Francia. La dove c'era la foresta pascolano stabilmente 80 milioni di bovini. Altre superfici sono occupate dalle coltivazioni di soia.
    Il rapporto di Greenpeace ha fatto effetto. La Banca mondiale, nientemeno, ha revocato un prestito di 90 miliardi di dollari al gigante brasiliano degli allevamenti Bertin, che nel rapporto degli ambientalisti compare fra gli accusati di deforestazione. Il prestito, garantito dalla International Finance Corporation, sarebbe servito ad ampliare le strutture di trasformazione della carne nell'Amazzonia brasiliana. «Una buona notizia - hanno dichiarato Greenpeace e Friends of the Earth Brasile - e che serva di lezione; peccato che per tanto tempo diverse banche abbiano sostenuto questa compagnia colpevole di attentare al clima». Gli ambientalisti hanno poi chiesto un impegno analogo alla Banca brasiliana per lo sviluppo sociale ed economico (Bndes), che ha garantito nel 2008 prestito a Bertin per circa 1,25 miliardi di dollari. E la pubblica Bndes ha risposto, come riporta la Agenzia Estado: presto esigerà da chi chiede un prestito la tracciabilità dei suoi prodotti, fino al ranch. Un pubblico ministero federale dal canto suo ha avanzato una causa da 1 miliardo di dollari contro l'industria dei bovini per danno ambientale.
    Inoltre tre grandi catene di supermercati, Wal-Mart, Carrefour e Pão de Açúcar hanno dichiarato la sospensione dei contratti con fornitori implicati nella deforestazione. Anche l'associazione brasiliana dei supermercati (Abras), ammettendo che «non ci sono garanzie che la carne non provenga dall'Amazzonia», ha annunciato ogni cessazione di rapporto con complici accertati della deforestazione. E non solo: Marfrig, il quarto commerciante mondiale di carne bovina, egualmente nominato nel rapporto di Greenpeace, non comprerà più animali allevati in aree all'interno dell'Amazzonia legale.
    Lavaggio verde a buon mercato? Forse, visto che non esiste un sistema di certificazione per i prodotti carnei o conciari brasiliani, tale da garantire che sono prodotti «con responsabilità», o meglio, se non altro fuori dall'Amazzonia. Un'organizzazione chiamata Aliança da Terra sta lavorando proprio a questo sistema. Nell'attesa, il primo gruppo di distribuzione britannico (e terzo al mondo dopo la statunitense Wal-Mart e la francese Carrefour), ha ammesso che è difficile conoscere la fonte ma «si sta attrezzando». Fra le altre «grandi firme» tirate in ballo - per la carne o il cuoio - nel rapporto di Greenpeace: Adidas/Reebok, Nike, Carrefour, Eurostar, Unilever, Johnson & Johnson, Toyota, Honda, Gucci, Louis Vuitton, Prada, Ikea, Kraft, Tesco and Wal-Mart. Che non vendono solo carne e cuoio.
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