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TERRA TERRA
06.08.2009
  • | di Marina Forti
    Malattie immaginarie
    La commedia «Il dottor Knock e il trionfo della medicina» era preveggente. Scritta negli anni 20 del secolo scorso, poi trasformata in film, è la storia di un medico che arriva in un piccolo paese di provincia e convince tutta la popolazione di essere affetta da questo o quel male: in breve il medico si arricchisce, e con lui il farmacista. Ora, quella del dottor Knock era fiction, finzione letteraria: ma è una perfetta «metafora narrativa» in un documentario sulla moderna industria farmaceutica, perché l'arte di vendere farmaci a persone sane è proprio ciò che l'ha resa un'industria tra le più redditizie del pianeta. È proprio questo che spiega, in grande dettaglio, il documentario «Inventori di malattie», andato in onda ieri sera su «Raitre-C'era una volta» (di Luca Cambi, Nicoletta Dentico e Francesca Nava). È il risultato di un'inchiesta partita dagli Usa, ma ciò che descrive riguarda tutto il mondo industrializzato, che può spendere in farmaci e infatti ne consuma troppi: in Europa, Usa e Giappone la spesa per i farmaci è aumentata di 17 volte tra il 1980 e oggi. Descrive un meccanismo che chiama «disease mongering», pressappoco «fomentare e commercializzare malattie»: come una malattia viene creata a tavolino, come un'industria farmaceutica ci investe, fino a quando sarà ufficialmente riconosciuta dai servizi sanitari; a quel punto diventano essenziali i relativi farmaci vendibili dietro prescrizione medica: con profitto sia dei numerosi dottor Knock d'oggi, sia soprattutto dell'industria farmaceutica. Come si inventano le malattie? Convincendo tutti noi che le normali fasi della vita umana - adolescenza, menopausa, vecchiaia - sono mali da curare, e così anche le difficoltà del vivere - paure, timidezza, irruenza. «Vendono la paura: di invecchiare, di essere inadeguati», spiega Marcia Angell, medico, agli autori del documentario. Facciamo un esempio. Poniamo che programmi tv e articoli di giornale ci ripetano di fare attenzione a «irrequietezza, stanchezza, irritabilità, tensione muscolare, nausea, diarrea, sudorazione», perché sono tutti sintomi di una situazione patologica, la «sindrome da ansietà generalizzata». Nulla è più facile che scoprire in noi o in chi ci sta accanto qualcuno di questi sintomi, e finisce che ci convinciamo di essere malati. La svolta (per l'industria farmaceutica) arriva quando l'autorità sanitaria certifica un certo farmaco come cura per quella malattia (nel caso specifico un certo antidepressivo): allora arriva il successo commerciale. «La maggiore innovazione degli ultimi anni del settore farmaceutico è il marketing», spiega Marcia Angell. Un terzo dei soldi investiti dalle case farmaceutiche va in ricerca biomedica e ben due terzi in marketing. Questo implica strategie complesse, coinvolge dagli «informatori farmaceutici» ai corsi di formazione medica, a campagne di «disease awareness» («presa di coscienza delle malattie»), con grande ricorso a «esperti» che spesso sono anche consulenti (pagati) di case farmaceutiche. I casi di conflitti d'interesse sono innumerevoli. Non solo. L'invenzione di nuove malattie serve anche a riconfezionare, rinominare - e ribrevettare - vecchi farmaci passandoli per «nuovi». Come il vecchio Prozac, antidepressivo di cui stava scadendo il brevetto quando le stesse pillole, tinte di violetto e chiamate Sarafem, sono state brevettate come cura per il «disordine disforico premestruale» che improvvisamente ha colpito tra il 3 e il 5% delle donne in età fertile. Di fatto, spiega ancora Marcia Angell, tre quarti dei «nuovi» farmaci messi sul mercato non ha nulla di nuovo. Il dottor Knock ha fatto scuola.
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