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TERRA TERRA
07.08.2009
  • | di Marina Forti
    Il carbone e la guerra
    Prima le miniere: casserite, oro. Poi il coltan, minerale indispensabile all'industria elettronica mondiale. Ora anche il carbone vegetale si aggiunge alla lista delle risorse naturali che alimentano la guerra nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo (Rdc). Sembra quasi che le immense risorse di questo paese nel cuore dell'Africa - il suo sottosuolo pieno d'oro, cobalto, rame, diamanti, le sue grandi foreste tropicali - siano anche la sua maledizione. Di sicuro sono il principale motore dei conflitti armati susseguiti almeno a partire dalla metà degli anni '90, come hanno constatato i gruppi di esperti incaricati dall'Onu, a partire dal 2000, di indagare sullo sfruttamento di materie prime nel contesto della guerra che stava devastando il paese africano.
    L'ultima segnalazione si riferisce alla regione orientale della Repubblica democratica del Congo, le province del Kivu (nord e sud), e viene dal bollettino Irin news (pubblicato dall'ufficio Onu per gli affari umanitari). Riguarda appunto il makala, nome locale del carbone vegetale: risorsa per nulla hi-tech ma oggetto di un esteso commercio regionale che genera circa 30 milioni di dollari all'anno, spiega Emmanuel de Merode, direttore del Parco nazionale di Virunga, a Irin: «E gran parte di quel denaro va ai gruppi armati»: tutti incluso l'esercito nazionale.
    Produrre carbone vegetale è un'attività artigianale. Il procedimento è far carbonizzare il legno, cioè sottoporlo a un processo di combustione lenta e con poco ossigeno (la fiamma viva consumerebbe tutto il legno): di solito di costruiscono cataste e si fanno bruciare dopo averle ricoperte in parte di terra, come fosse un forno in cui il legno «cuoce» e si carbonizza (con troppo ossigeno le fiamme lo consumerebbero). Il risultato è un combustibile molto diffuso queste regioni africane: e gran parte del makala sul mercato a Goma proviene da zone sotto il controllo di milizie ribelli. «Sulle strade che portano a Goma, il capoluogo del nord Kivu, si vedono spesso biciclette e furgoni colmi di sacchi di carbone vegetale che è stato prodotto nelle zone controllate dalle milizie», spiega il dispaccio. Ad esempio la zona di Rutshuru, 35 chilometri a nord della città, dove i miliziani del Fdlr (Forces democratiques pour la liberation du Rwanda) controllano tutto, taglio produzione e vendita. «Considerano che la foresta gli appartenga... hanno suddiviso il territorio in lotti di circa 5 chilometri, che tre o quattro combattenti controllano quando non sono impegnati a combattere», spiega Salomon, un commerciante di makala di Goma, al bollettino Irin. Se non controllano direttamente l'attività, aggiunge, impongono una tassa tra i 5 e i 25 dollari al mese ai tagliatori-produttori, «e se non hai da pagarla è meglio che rinunci a sfruttare il carbone... questi sono tempi di regolamenti di conti, il Fdlr ammazza chi lo tradisce». La situazione è simile nel territorio controllato dal Cndp, Congrès national pour la defense du peuple, che in teoria non è più un gruppo ribelle da quando, con un accordo di pace in gennaio, i suoi uomini sono stati integrati nell'esercito. Ma nei fatti «ci sono ancora posti di blocco dei miliziani del Cndp, prendono 5 dollari al mese come tassa e chiedono soldi per ogni sacco di makala diretto al mercato, spiega Bimwa Shebatende, un altro grossista. E lo stesso succede nel Kivu meridionale, dove a prelevare la «tassa» è l'esercito regolare - che «spesso usa i civili per tagliare il legno e fare il carbone, che poi vendono loro stessi», denuncia la presidente di un gruppo di donne citata da Irin.
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