mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
12.08.2009
-
| di Marina Zenobio
Troppa tequila fa male
La procedura per ottenere il superalcolico più famoso e rappresentativo del Messico inquina la terra, i fiumi e i laghi del territorio dove viene prodotto. A dare la brutta notizia agli amanti dell'ambiente (e della tequila), è il professor José Hernàndez dell'Università statale di Guadalajara e membro dell'Accademia messicana di scienze che di recente ha pubblicato una sua ricerca ripresa anche da Tierramérica. La pianta da cui si ricava è l'agave azzurra, o Agave tequilana Weber (dal nome del botanico Franz Weber che classificò il vegetale nel 1902); in Messico ne esistono oltre 200 varietà ma l'agave azzurra, con le sue foglie grosse e carnose, è la più adatta alla produzione di tequila. Viene coltivata soprattutto negli stati occidentali di Jalisco, Nayarat e Michoacán, in quello centrale di Guanajuato e orientale di Tamaulipas, tutti insieme formano il territorio Tequila, nome che dal 1974 garantisce la denominazione di origine controllata del prodotto. In Messico esistono 715 marche e 118 fabbriche di tequila - solo a Jalisco, considerata la culla del superalcolico, ci lavorano 38 mila persone -, tra gennaio e aprile di quest'anno ne sono stati distillati 84 milioni di litri, quasi 40 milioni consumati nel paese e il resto esportati in tutto il mondo. Ma la tradizione di tequila ha un costo ambientale non indifferente per il territorio messicano interessato alla sua produzione, in particolare a danno di acque e terre agricole.
Tanto per cominciare, per ottenere un litro di tequila c'è bisogno di almeno 10 litri di acqua, ma il problema non sta tanto nel volume di acqua utilizzato bensì nel fatto che ogni litro imbottigliato produce 5 chili di sansa di agave e 7-10 di vinacce, residui liquidi della distillazione alcolica che le fabbriche - in mancanza di serie normative e impianti predisposti - scaricano ancora ad alte temperature direttamente sulla terra o nei fiumi, contaminandoli. Perché gli acidi contenute nelle vinacce raggiungono la falda freatica danneggiando le risorse idriche, la sansa è oleosa e impermeabilizzando la terra la rende dura e inutile per l'agricoltura.
Nel 1996 il ministero dell'ambiente messicano aveva introdotto blande disposizioni sul grado di tossicità massimo consentito nei residui da distillato di tequila; le industrie avevano tempo per adeguarsi entro il 2000, ma nessuna l'ho ha fatto. Alcuni distillatori un po' più responsabili cercano di limitare i danni freddando le vinacce prima di scaricarle o elaborando un compost per l'agricoltura con la sansa, ma non è sufficiente, bisognerebbe costruire veri e propri impianti di trattamento per i residui da tequila.
Altro problema - denunciato sempre attraverso Tierramérica ma questa volta dalla responsabile del Comitato messicano salbaboschi Adriana Hernández - è rappresentato dall'aumento della richiesta di tequila, sia per esportazione che per consumo interno. Per soddisfare la domanda la coltivazione di agave azzurra sta invadendo anche aree naturali protette, come il bosco di El Nixticuil (sotto tutela da dicembre del 2005) che si estende a nordest della zona metropolitana di Guadalajara e, per 1850 ettari, nel municipio di Zapopan. Qui, a 550 chilometri da Città del Messico, l'agave azzurra sta prendendo il posto di alberi di rovere, querce e pini alterando l'ecoequilibrio del luogo. Pensare che le popolazioni indigene che abitano la regione prima dell'arrivo dei conquistatori spagnoli riverivano l'agave per i suoi benefici; la pianta rappresentava Mayahuel, dea náhuatl della fertilità, i cui 400 seni le permettevano di alimentare altrettanti figli.
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