mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
14.08.2009
-
| di Fulvio Gioanetto
Le città rurali del Chiapas
Con grandi rulli di tamburi, qualche giorno fa la rappresentante dell'Onu in Messico e il governatore dello stato di Chiapas hanno inaugurato la «prima cittá rurale sostenibile al mondo». Situata nel municipio di Ostuacan, si chiamerá Nuevo Juan de Grijalva e secondo i piani sarà abitata da almeno 1.800 persone, originarie di una decina di comunità rurali della zona. Secondo i suoi progettisti la sostenibilità del progetto, costato finora 7 milioni di dollari, sta in una rete di iniziative imprenditoriali e produttive (serre per ortaggi, caseificio, un migliaio di ettari di piantagioni con sistema agroforestale, case, un ospedale rurale), che spingeranno la popolazione locale «a trasferirsi nella città rurale dove troveranno attività produttive, servizi fondamentali e connessioni telefoniche ed Internet, in modo che possano vivere del proprio lavoro, cosa assolutamente fondamentale». Il governo vuole espandere il modello: i lavori di costruzione per altre due città «sostenibili» sono già cominciati nei municipi indigeni di Ixhuatan e Jaltengo, e ci sono progetti per la costruzione di altre 25 città rurali in Berriozabal, Tecpatan e Copainalá.
Non tutti in Chiapas però sono d'accordo sui parametri e sui principi di sostenibilità di questa visione di gestione territoriale. Soprattutto perché in Chiapas già esistono da tempo realtà di vita e produttive ecosostenibili e participative, valutate secondo criteri e norme internazionali.
Secondo la Ong Pueblos del Sureste e la rete Ciepac (www.ciepac.org), il riordinamento territoriale sottinteso al progetto delle Città Rurali «presuppone la conservazione e la liberazione di aree naturali già sotto il manifestato interesse di varie multinazionali per l'importanza dei banchi genetici della flora silvestre in loco, per la possibilità di brevetti farmaceutici, l'imbottigiliamento di acqua dolce e la cattura dei bonus di carbonio per i mercati internazionali. Vogliono conservare quello che resta delle aree naturali senza la presenza della popolazione, che serviranno per giustificare il modello delle città rurali sostenibili. E le zone intermedie di selva tropicale già distrutte saranno riconvertite in piantagioni forestali commerciali o in prodotti per l'agro-export: litchee, palma da olio, caucciú, limone, rambutan, cacao... La popolazione deportata sarà concentrata in queste città rurali, diventando un esercito industriale di riserva per il lavoro nelle piantagioni da esportazione, nelle miniere, nelle maquiladoras o nelle aree di servizio, come autisti o cameriere nei centri turistici di lusso».
Altri denunciano che le fondazioni coinvolte in questo progetto fanno solo maquillage sociale: «Con modeste donazioni, presentato con una vernice verde-ecologica, umanitaria e altruista, stabiliscono relazioni di fiducia con diversi settori del governo, da usare in seguito per un accesso privilegiato alle succursali dell'impresa stessa o per altri tipi di favori. Le fondazioni create dalle 93 imprese, associazioni religiose e universitarie participanti promuovono gli interesse delle stesse imprese, dei loro direttivi o dei variopinti politici di turno». Questo programma travolgerà le forme di vita tradizionale indigena, contadina e comunitaria, spingendo la popolazione locale in un modo di produzione di piccola proprietà orientata al mercato esterno. Alcuni si spingono a fare un paragone con i «villaggi modello» (definiti poi «poli economici strategici») creati negli '80 dal governo guatemalteco nelle comunità maya - un sistema militarizzato di controllo territoriale contro la guerrilla...
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