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TERRA TERRA
29.08.2009
  • | di Marinella Correggia
    Shoppers e tartarughe
    Un milione di uccelli marini e 100.000 mammiferi e tartarughe nei mari e negli oceani muoiono ogni anno strozzati dalla spazzatura umana, secondo le stime del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (Unep) rirpese anche dalla statunitense, federale, National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa). Ed è plastica - in tutte le sue forme e declinazioni - il 90% di tutta la schifezza che galleggia sulle superfici marine, in media 20.000 unità per km quadrato (ma in certe aree anche 400.000). Si stima che sia finito in mare il 5% di tutta la plastica prodotta a partire dagli anni 50.
    Nel Pacifico questa discarica galleggiante si compatta in due vortici. Il primo a scoprire questo «continente immondizia» fu nel 1997 l'oceanografo Charles Moore. Da allora la pattumiera a geometria variabile non ha smesso di crescere. Secondo uno studio di qualche settimana fa, ogni anno si aggiungono migliaia di tonnellate di pezzi. L'ultima spedizione a caccia di rifiuti compiuta in questo mese di agosto da un gruppo di oceanografi dell'Università di San Diego ne ha trovati più del previsto: gli scienziati si sono definiti «scioccati».
    Anche quando gli oggetti si riducono in singoli pezzi piccolissimi, sono ugualmente pericolosi per la fauna marina - in questo caso di piccola taglia, fino al plancton. Mentre i pezzi solidi di varia dimensione possono essere ingeriti con effetti letali, quel che si decompone rilascia sostanze chimiche tossiche che possono danneggiare il funzionamento ormonale nella vita marina. E' inoltre probabile che il «Great Pacific Garbage Patch», la discarica localizzata nel Nord Pacifico, abbia una compagna nell'emisfero sud, quattro volte più grande.
    Solo una parte dei rifiuti è gettata dalle navi, il resto viene da terra e da chissà dove. Di tutto: reti da pesca abbandonate e spugne abrasive, spazzolini da denti e bottiglie di plastica. E ovviamente residui delle onnipresenti shoppers, le buste di plastica negozio-casa quasi sempre usate una sola volta e poi gettate a inquinare per decenni o secoli. E sembra che vada sempre peggio. Non sorprende dunque che l'organizzazione non profit inglese Marine Conservation Society, consacrata alla conservazione dell'ecosistema marino, abbia preso l'iniziativa di indire per il prossimo 12 settembre la Prima giornata internazionale senza sacchetto di plastica, per invitare tutti i «terrestri» a rispettare i mari e le loro creature anche passando a borse di tessuto durevoli, facendola finita con questo consumo superfluo, oltre che energivoro e deturpante per i paesaggi che cosparge. Il fine settimana successivo sarà la prova del successo - o dell'insuccesso - della giornata: si svolgerà in molti paesi l'annuale weekend internazionale di pulizia delle spiagge, l'International Coastal Clean. Quante buste troveranno?
    Già 140 cittadine inglesi hanno aderito al movimento «Plastic bag free cities» (città senza shopper).
    In Italia da tempo è attiva la campagna «Porta la sporta»: www.portalasporta.it. La promuove l'associazione dei Comuni virtuosi. Sul suo sito sono disponibili locandine e materiale pronto da scaricare per gli enti locali, i gruppi, le scuole e le persone che vogliono aderire e far conoscere la giornata. E magari dichiararsi a partire da allora «zona libera dalle borse rifiuto». In programma anche eventi creativi come - a Borgo Val di Taro (Pr) - la realizzazione collettiva in piazza delle sportine di tela a partire da vecchie stoffe. Sarebbe il minimo sindacale e invece pare rivoluzionario...
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