domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
09.09.2009
-
| di Patrizia Cortellessa
Inquinamento cinese
Da una parte circa 10mila abitanti di Fengwei (sud-est della provincia del Fujian), dall'altra 2000 poliziotti in tenuta antisommossa, nel mezzo tanta rabbia per quell'«ancora una volta», per le risposte mai date alle numerose petizioni; ma, soprattutto, per tutte quelle persone malate di cancro per colpa della conceria e della raffineria di petrolio. Così, il 31 agosto scorso, una protesta pacifica si è trasformata in una vera e propria rivolta, dopo che la polizia ha cercato di disperdere la manifestazione a suon di lacrimogeni. Due macchine della polizia distrutte, funzionari del governo presi in ostaggio (poi rilasciati), colpi di avvertimento e lacrimogeni (della polizia), fitto lancio di pietre (dei manifestanti) che avrebbe colpito, oltre ai poliziotti, anche il vice sindaco di Fengwei. Il bilancio finale parla di una dozzina di feriti (numeri provvisori, perché le autorità locali non danno notizie precise e non hanno spiegato in che modo gli abitanti dei villaggi siano rimasti feriti). «Un piccolo gruppo di persone con secondi fini che istigano le proteste», è stata la spiegazione «a caldo» del governo sui fatti di Fengwei. Ma i racconti degli abitanti della zona, riportati dalla stampa locale, parlano una lingua diversa. Sul banco degli accusati l'inquinamento industriale, ormai la causa principale delle proteste di massa in Cina. In questo caso, una conceria e una raffineria di petrolio attiva dal 2007, accusata di scaricare sostanze cancerogene nell'acqua potabile e di rendere l'aria irrespirabile. Le ultime proteste, pacifiche - a una settimana di distanza dai casi di avvelenamento da piombo che hanno coinvolto più di 2.100 bambini - hanno inizio circa due settimane fa. «5mila malati o a rischio sugli 80mila abitanti della zona, causa l'inquinamento», denunciano gli abitanti della zona... Inquinamento che cresce, facendo aumentare il numero dei «cancer villages», dove il tasso di tumori è molto più elevato della media. Così, mentre il governo locale respingeva le accuse degli abitanti, dichiarazioni che «le 50mila tonnellate di rifiuti scaricati ogni giorni dall'impianto rispettano tutti gli standard ambientali e che i controlli erano e sarebbero stati rigorosi», la protesta montava, tanto quanto le autorità continuavano ad ignorare le denunce. Anche se poi le stesse autorità ammettevano il verificarsi di un «guasto» alla raffineria, «momentaneo» e in via di «riparazione». Cinque giorni fa i manifestanti avevano tentato anche di sabotare l'impianto di depurazione, sequestrando due persone, poi rilasciate. Lunedì scorso la grande e pacifica manifestazione a Fengwei, caricata dalla polizia, si trasformava in ore e ore di scontri. «Nel Fujian, uno su tre pazienti affetti da cancro proviene da Quanzhou», denunciano i residenti di quelle parti. Per ora le proteste si sono fermate. Sembra che gli abitanti abbiano ottenuto anche una prima vittoria: la fabbrica a Fengwei è stata chiusa e il governo ha promesso di risarcire i coltivatori per i danni subiti e si è offerto di curare i malati. Ma decine e decine di persone - sempre più diffidenti e preoccupate - continuano a sorvegliano la fabbrica da fuori, pronti a riprendere le manifestazioni. Le loro preoccupazioni sembrano più che fondate. Quella raffineria è importante per i progetti di sviluppo della zona sud-orientale della Cina. Entro il 2012 nel Quanzhou si dovrebbe realizzare un importante polo energetico, comprendente una raffineria di petrolio e di etilene, impianti di produzione di polietilene e polipropilene. Chi la realizzerà? Una joint venture formata dalla cinese Sinopec, la Exxon Mobil e la Saudi Aramco
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