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TERRA TERRA
10.09.2009
  • | di Marinella Correggia
    Kisan, energica protesta
    Molti decenni fa l'economista gandhiano Kumarappa - morto nel 1960 - dedicò il suo libro «Finance and Poverty» ai contadini e braccianti indiani, i kisan, «che sopportano il caldo e la fatica». È tuttora così. Anzi adesso quei lavoratori devono sopportare anche la globalizzazione. Per questo in 50mila sono confluiti davanti al parlamento di New Delhi giorni fa per una protesta pacifica ma energica, con tanto di salti sulle barricate della polizia, arresti e immediati rilasci. Promotori il Coordinamento indiano dei movimenti agricoli e i rappresentanti nazionali del sindacato internazionale La Via campesina. Obiettivo: protestare - come in India hanno iniziato a fare in modo eclatante nel 1997 - contro quella rovinafamiglie (rurali) dell'Organizzazione mondiale del commercio. Già: perché proprio il governo indiano, ospitando un minivertice Omc, ha deciso di «rivitalizzarla», dando il segnale che l'impasse nei negoziati del Doha Round può essere superata, completando entro il 2010 la liberalizzazione dell'agricoltura a vantaggio del grosso business. Il che metterebbe a rischio i mezzi di sussistenza oltre due terzi degli abitanti del paese, legati al mondo dell'agricoltura, per i quali la concorrenza di quelli che essi chiamano «gli attori agricoli dei paesi sviluppati, pesantemente sussidiati dai loro governi» sarebbe imbattibile e si aggiungerebbe agli altri devastanti fattori di crisi, come la siccità.
    Giorni prima i rappresentanti del mondo agricolo avevano incontrato il ministro dell'Agricoltura Anand Sharma. Ricavandone la promessa che non li avrebbe mai traditi. E però, denunciano, è successo il contrario. L'India infatti si sta muovendo in completa segretezza nel quadro di vari accordi di libero scambio, oltre all'Omc; e sta perdendo terreno rispetto ai paesi sviluppati, soprattutto gli Stati uniti, nel negoziare gli unici meccanismi che potrebbero proteggere dalla devastazione il suo vitale settore agricolo: i «prodotti speciali» (Sp) e il «meccanismo speciale di salvaguardia» (Ssm). L'India ha accettato di esentare dai tagli alle tariffe doganali (imposti dall'Omc) solo otto o nove colture e solo il 5% dei prodotti agricoli. Molto poco, quasi nulla per un paese che ha una grande agrobiodiversità in 15 zone agroclimatiche. Quanto al meccanismo di salvaguardia che dovrebbe prevenire la crescita delle importazioni, è stato reso del tutto inoffensivo appesantendolo di termini e condizioni. Gli Stati Uniti stanno forzando la penetrazione di derrate specifiche come mais, riso, cotone e soya, già riversate con il dumping nei mercati di tutto il mondo. È anche in gioco, dice Via Campesina, il modello di agricoltura promosso dall'Omc: industriale, ad alta densità di input chimici. Ma gli agricoltori indiani promettono battaglia «finché il ministro Sharma e il Primo Ministro non onoreranno la promessa di proteggere le condizioni di vita nelle campagne».
    Intanto in Bangladesh si sono incontrate diverse donne agricoltrici provenienti da Nepal, India, Corea del Sud, Filippine, Thailandia, Indonesia. Hanno voluto calare nella pesante realtà bangladeshi la campagna di Via Campesina contro le violenze sulle donne (ma violenza è anche la mancanza di accesso all'acqua pulita e ai rifugi anticiclone, vitali per la sopravvivenza). E hanno voluto dar manforte alla lotta per la terra condotta da due sindacati rurali, il Bangladeshi Kisan Sabha e la Bangladesh Krishok Federation. Nel remoto distretto meridionale di Patuakhali, diversi membri senzaterra dei due movimenti hanno occupato le «chaur», isole emerse nei fiumi, una delle conseguenze del caos climatico.
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