mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
12.09.2009
-
| di Fulvio Gioanetto
Salmoni avvelenati
Con un passivo di 1600 milioni di dollari, l'industria del salmone cilena sembra al tracollo. Una crisi sociale, sanitaria, ambientale e (di conseguenza, alla fin fine) economica senza precedenti per questo settore dell'acquacoltura che aveva fatturato lo scorso anno 2400 milioni di dollari di esportazioni. Crisi ambientale: il rischio è quello di depredare gli ecosistemi acquatici ben oltre i limiti biologici che sono in grado di affrontare. Nel 2005 un rapporto dell'Ocse denunciava l'industria salmonicola cilena, accusandola di avvelenare ecosistemi per l'uso massivo di input chimici e antibiotici: in Cile l'industria del salmone utilizza fra 70 e 300 volte più antibiotici di quella norvegese.
Un anno fa è diventata di pubblico dominio internazionale la morte di milioni di salmoni cileni per il virus Isa, che provoca un'anemia infettiva negli animali. La patologia è imputabile a una mistura mortale: le enormi quantità di alimenti mescolati ai residui fecali dei gabbioni di coltura riducono l'ossigeno dell'acqua e diffondono il mortale virus. Di conseguenza le esportazioni di salmone si sono dimezzate, circa 20 mila lavoratori sono stati licenziati e l'industria cilena dell'allevamento in acqua è entrata in una crisi finanziaria perdurante.
Il basso costo della produzione del salmone in Cile è in rapporto diretto con le pessime condizioni dei lavoratori del settore. Questa industria registra i tassi più alti di incidenti sul lavoro, con 42 addetti morti nel biennio 2005-2007. Due terzi delle imprese violano le normative in materia di lavoro; le donne, il 70 per cento degli occupati, soffrono di freddo, umidità, salari da fame; dei 4000 «sub» che lavoravano nel 2007 nelle enormi gabbie sottomarine solamente un centinaio seguivano le norme internazionali di sicurezza. I meccanismi di subfornitura e le resistenze opposte dai padroni fanno sì che solamente un 15 per cento degli impiegati siano sindacalizzati.
Ci sono poi le denunce dei piccoli pescatori e degli imprenditori del turismo. Oltre cinquemila ettari di mare al bordo di laghi, fiordi, estuari, dove le comunità si dedicano alla pesca, sono già stati in concessione alle industrie del salmone, spesso multinazionali, con la norvegese Marine Harvest in testa a quota 1.215 ettari. Un numero infinito di denunce e rapporti segnala la contaminazione da antibiotici nelle acque costiere e la fuga nell'ecosistema marino di due milioni di salmoni resistenti a ivermectina e quinolone.
Non solo. Uno studio epidemiologico svoltosi in un ospedale a Puerto Montt y Castro, nella zona di Chiloé dove si collocano gli allevamenti di salmone, evidenziava un aumento della resistenza agli antibiotici da partner nei pazienti. Il direttore dell'ospedale-universitario sosteneva che l'uso di antibiotici nella coltivazione del salmone può stimolare la resistenza batterica, causando la generazione di ceppi resistenti che colpiscono umani e pesci. Secondo Carlos Cardenas, direttore di Ecoceanos: «le multinazionali europee fanno in Cile quello che non possono fare in altri paesi. Qui in 300 chilometri abbiamo 600 centri di allevamento con 120 milioni di pesci, che producono la stessa quantità per la quale in Norvegia occorrerebbero 1000 chilometri. Adesso che le regioni di Puerto Montt e Chiloé sono contaminate, le imprese del salmone stanno cercando di espandersi al sud, verso Aysen e Magallanes. Spostando morte, contaminazione e il virus Isa». E' già molti consumatori, all'interno del paese e fuori, non vogliono salmone che consegni il mare ai privati e che avvelena la catena alimentare.
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