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TERRA TERRA
16.09.2009
  • | di Marinella Correggia
    Gli epicentri del danno
    Aggiorniamo i proverbi: chi ha fame non ha miglio, chi ha miglio non ha fame. Uno studio dell'organizzazione Bioversity, citato dalla rivista "Geneflow", prevede "un aumento di oltre il 10% delle aree adatte alla coltivazione del miglio perlato (Pennisetum glaucum) in Europa e nei Caraibi, dove quasi nessuno se ne nutre, ma non in Africa dove il miglio è coltura e cibo essenziale. Questo è il problema". E sarà lo stesso per il miglio comune, su girasole, ceci e soia. E l'auspicabile sviluppo, a partire dalle varietà tradizionali e selvatiche, di varietà più resistenti a calure e siccità e altri regali potrebbe essere reso difficile dai danni che il caos climatico sta provocando proprio alle varietà selvatiche e tradizionali. È un esempio dei danni che l'impatto climatico ha e avrà nei paesi più poveri. I meno in grado di affrontarli. La lista delle situazioni più a rischio risulta dal "Climate Change Vulnerability Index" (Indice di vulnerabilità al cambiamento del clima) stilato da Maplecroft, azienda inglese specializzata. Somalia, Haiti, Afghanistan sono in testa a tutti nel rischio. Ma sono addirittura non classificati i molti piccoli stati-isola che potrebbero scomparire in tempi rapidi fra i flutti, come Tuvalu o le Maldive: per loro non si tratta di rischi ma di certezze. L' Index è calcolato a partire da 33 variabili che misurano la capacità di un paese di far fronte alle conseguenze del riscaldamento globale sulla base di: economia, istituzioni governative, povertà e sviluppo, ecosistemi, sicurezza delle risorse, densità della popolazione rispetto alle infrastrutture. Comunque andrà alla prossima Conferenza mondiale sul clima (Copenaghen, dicembre), molti degli impatti del caos climatico - siccità, inondazioni, più malattie, innalzamento del livello dei mari - sono già inevitabili.
    Nel gruppo dei 28 paesi "estremamente a rischio", in Asia troviamo il Bangladesh (150 milioni di abitanti che vivono nelle basse pianure del delta), lo Sri Lanka e (mentre il Pakistan è proprio sul crinale) l'India, per la densità demografica, l'insicurezza politica e lo stato precario delle sue risorse, in primis l'acqua: per la rivista "Nature" le vitali risorse idriche sotterranee del paese si stanno esaurendo a un ritmo allarmante. All'estremo opposto i 41 paesi fortunati, nel nido della categoria "basso rischio". I più tranquilli di tutti dovrebbero essere: Norvegia, Finlandia, Giappone, Canada, Nuova Zelanda, che sono al tempo stesso ricche, dotate di buona governance, con ecosistemi ben gestiti e abbondanza di risorse sicure. Nel gruppo anche, oltre alla Russia, i due maggiori responsabili del gas serra quanto a emissioni pro capite: Stati Uniti e Australia. Il Giappone, ad esempio, gode di infrastrutture ben sviluppate, stabilità politica e degli ecosistemi, generale sicurezza alimentare e idrica, ricchezza di biodiversità, importazioni energetiche e di materie prime assai diversificate; i rischi gli potrebbero derivare dalla densità di popolazione lungo la costa oceanica. Nel gruppo a basso rischio anche Cile e Israele, e poi in gran parte paesi dell'Europa o della Penisola Arabica. Cina e Brasile sono a rischio "medio" (la situazione ambientale in Cina è di emergenza ma non solo per fattori climatici). Per citare una tipica situazione ad alto rischio, ecco l'Etiopia o altre decine di nazioni che: sono povere, con elevata densità di popolazione e uno stato di erosione del suolo che minaccia la produzione agricola. Sono in Africa 22 dei 28 paesi peggio classificati.
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