mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
24.09.2009
-
| di Astrit Dakli
Siberia, fermata la diga
Il voto di una piccola e remota comunità di cacciatori e pescatori sembra aver messo in crisi uno dei più grandi progetti industriali russi, nato negli anni di Breznev, poi accantonato per impraticabilità e rispolverato un paio d'anni fa: la grande diga di Turukhansk, in Siberia. La diga, con annessa maxicentrale idroelettrica, dovrebbe nascere sul fiume Tunguska inferiore, con un costo di 20 miliardi di dollari e una capacità di produzione di 12 gigawatts - tale da farne il terzo impianto del genere del mondo quanto a potenza («TerraTerra», 10 aprile 2008). L'azienda costruttrice, la RusHydro, è una delle maggiori compagnie del paese e conta di completare l'opera entro il 2020: ma adesso i suoi piani dovranno essere rivisti, vuoi per la catastrofe che solo un mese e mezzo fa ha devastato un'altro gigantesco impianto idroelettrico siberiano, quello connesso alla diga Sayano-Sushenskaya sul fiume Yenisei, vuoi perché gli abitanti dei sei villaggi che la diga di Turukhansk dovrebbe sommergere hanno detto che non intendono starci. Non si tratta di molti abitanti, beninteso: niente a che vedere con i milioni di persone che furono deportati per consentire in Cina la super-diga «delle Tre Gole». Anche se la diga di Turukhansk sommergerà con un lago artificiale un'area di ben 10mila chilometri quadrati lungo quasi mille chilometri del corso del fiume, gli abitanti coinvolti non saranno più di qualche migliaio, visto che la zona - il «Distretto autonomo degli Evenki», nella regione di Krasnoyarsk - è quasi completamente disabitata. Il centro principale è Tura (cinquemila abitanti), più altri cinque villaggi minori; la popolazione è solo in parte costituita dagli indigeni evenki, allevatori di renne, che pure dànno il nome alla regione, mentre i più sono russi, le cui attività comunque sono tutte legate alla natura: caccia, pesca, taglio di legna, piccolo commercio fluviale. Il fiume, tra l'altro, è l'unica via di comunicazione tra Tura e il resto del mondo. Questa piccola popolazione, comunque, ha deciso di mettersi di traverso a RusHydro. Dato che i protocolli di attuazione dei grandi progetti prevedono un obbligatorio passaggio di «spiegazioni» agli abitanti coinvolti e un pubblico dibattito, nella sala convegni del municipio di Tura si sono riunite nei giorni scorsi alcune centinaia di persone, che hanno ascoltato le relazioni tecniche fornite dai dirigenti di RusHydro, si sono accorti che gran parte dei dati ambientali forniti erano frutto delle ricerche compiute nei primi anni '70 - allora l'Accademia delle Scienze dell'Urss finì per bocciare il progetto - e all'unanimità hanno deciso, con l'appoggio delle autorità locali, di considerare «nullo» il dibattito e rifiutare la firma sui verbali. Un atto banale, che tuttavia rende per ora impossibile proseguire nell'iter attuativo del progetto. Il drastico rifiuto degli abitanti di Tura parte non solo dalla necessità di ricostruire altrove i villaggi e dalla violenta alterazione dell'ecosistema lungo il fiume: in questione è anche e forse soprattutto il disastro ambientale «collaterale» alla costruzione della diga, lunghissime strade d'accesso attraverso la foresta, enormi cantieri, migliaia di chilometri di elettrodotti. Il blocco messo in atto dalla gente non poteva d'altra parte non essere previsto da RusHydro e dal governo: il ministro per l'energia Nikolaj Shmatko (che è anche presidente di RusHydro) infatti, parlando dopo la catastrofe dell'impianto di Sayano-Sushenskaya (75 morti, l'ultimo corpo ritrovato proprio ieri), ha affermato che il progetto di Turukhansk resta «centrale» nei piani governativi, anche se «probabilmente slitterà di un paio d'anni».
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