domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
07.10.2009
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| di Serena Corsi
Il biodisel che affama
Kilimo Kwanza, «agricoltura prima di tutto». Il governo della Tanzania ha battezzato così il suo nuovo programma per una «rivoluzione verde», nel paese in cui l'80% della popolazione vive in aree rurali - il paese della ujamaa, parola che significa famiglia allargata e indica il concetto base «socialismo rurale» lanciato da Julius Nyerere negli anni '60, un'idea di sviluppo incentrato sulla comunità. Ma la «rivoluzione verde» di cui parlano oggi i dirigenti tanzaniani non ricorda il collettivismo rurale alla Nyerere. Ruota attorno al progetto di importare tecnologia agricola a basso prezzo, principalmente dalla Cina. Si potrebbe pensare che questo servirà a sostenere l'agricoltura familiare e assicurare l'indipendenza alimentare ai tanzaniani, che dipendono da una buona stagione delle piogge per non morire di fame. Ma c'è da dubitarne. Con ogni probabilità si tratta, piuttosto, di un'iniziativa nel quadro della campagna che il governo sta portando avanti già da qualche anno a favore degli agrocombustibili, in particolare jatropha (pianta delle euphorbiacee diffusa in aree tropicali: dai suoi semi oleosi si può produrre un carburante diesel) e canna da zucchero (da trasformare invece in etanolo). La campagna è aggressiva, ai coltivatori spesso sono date solo due alternative: convertire tutta la propria coltivazione in agrocombustibili o andarsene. Tanto che sarebbero già migliaia i contadini sgomberati o a rischio sgombero per far posto alle coltivazioni intensive, secondo quanto denunciano due associazioni, Envirocare e gli autori dello studio «Impact of Jatropha in Tanzania». Sembra infatti che sul paese si stiano buttando numerose aziende estere, in cerca di terre fertili e di una legislazione morbida in materia fiscale con gli stranieri come è quella tanzaniana (che per questo si è addirittura attirata le critiche dei vicini Kenya e Uganda).
Nel suo programma elettorale per l'anno prossimo, il governo si limita a spiegare che l'energia prodotta servirà a migliorare il lavoro della popolazione rurale. Non sarebbe male, visto che a causa della siccità dello scorso anno, un milione di persone oggi rischia la carestia e dipende dagli aiuti internazionali. Ma le piante con cui si producono gli agrocarburanti richiedono per crescere grandi quantità d'acqua, in una regione sul filo della sete.
Intanto il Tanzania Investment Centre, l'ente governativo che cerca e promuove gli investimenti stranieri, ha calcolato che 25 milioni di ettari sono potenzialmente coltivabili a agrocombustibili: vi rientrano tutte le terre considerate improduttive, ma la definizione è labile - possono anche rientrarvi terre potenzialmente produttive ma coltivate a conduzione famigliare e senza mezzi. Insomma, la stima di quest'ente governativo è una strizzata d'occhio alle aziende già presenti (come la D1 Tanzania LTD, sussidiaria locale della britannica UK D1), la tedesca Prokon e le olandesi Diligent Energy Sistems e Bioshape. Gli sgomberi dei contadini per far posto agli impianti e ai campi delle compagnie sono già iniziati nel distretto di Usangu, a Mbeya, e sono sotto minaccia imminente migliaia di abitanti del bacino del fiume Wami, dove 400.000 ettari sono già in concessione a una compagnia svedese. Secondo Envirocare, «per rendere più presentabili gli sgomberi, il governo dice di aver dato indennizzi ai contadini. Ma quello che gli dà in cambio di aver tolto loro casa, terra e lavoro sono briciole: spesso viene pagato l'equivalente di un anno di raccolto e del valore degli alberi che ci sono sul terreno, mentre non è neppure considerato il valore commerciale della terra».
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