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TERRA TERRA
17.10.2009

  • La terra e il clima
    Si intitola «I piccoli agricoltori possono rinfrescare il mondo» l'ultimo numero della rivista online «Seedling» realizzata dall'associazione internazionale Grain e dedicata al rapporto fra il complesso agroalimentare globale e il caos climatico (http://www.grain.org/seedling_files/seed-09-10.pdf) . Per riassumere, «l'uso massiccio di input di sintesi, l'espansione delle filiere zootecniche, la distruzione delle savane e delle foreste del mondo per far posto a monocolture commerciali sono insieme responsabili di un terzo almeno dei gas serra di origine antropica. Ma se si mettono nel calcolo anche le quantità straordinarie di energia fossile necessaria a trasportare le derrate in tutto il mondo, trasformarle, refrigerarle, imballarle in ogni possibile imballaggio a perdere e infine distribuire i prodotti finali nei supermercati, ecco che al sistema alimentare globale si può probabilmente imputare il 50% delle emissioni mondiali annue di gas serra».
    La metà! Un ruolo nefasto che si innesta su uno scenario a dir poco drammatico: il riscaldamento di due gradi della temperatura terrestre nei prossimi decenni appare quasi una certezza; lo scenario business-as-usual porterebbe ad aumenti fino a 8 gradi entro il 2010; già ora secondo il Global Humanitarian Forum di Ginevra, il cambiamento climatico colpisce 325 milioni di persone all'anno. E il cibo rimane al centro di questa inaudita crisi. L'Africa, già così abbondante in malnutriti, potrebbe registrare una riduzione di oltre il 27% dei raccolti («Global Warming and agricolture» di William R. Cline).
    Tuttavia, una volta che si va nei dettagli, si nota che la responsabilità climatica è concentrata in un piccolo gruppo di attività del macrosettore agroalimentare: i cambiamenti nell'uso dei suoli con la deforestazione, gli allevamenti, i fertilizzanti chimici. Insomma, gli ingredienti dell'agricoltura industriale. Non tutti i sistemi agroalimentari sono uguali. Ecco perché molti paesi ancora prevalentemente agricoli e nei quali la popolazione rurale è tuttora importante sono fra i minori emettitori mondiali di gas serra pro capite. Il suolo vivente, questo grande sconosciuto («sappiamo di più sul movimento dei corpi celesti che sul suolo sotto di noi»: Leonardo), contiene enormi quantità di carbonio in forma organica. Il diffondersi della «mentalità Npk» (azoto-fosforo-potassio) dell'agricoltura industriale ha provocato un'enorme perdita di questa materia organica, in gran parte «ascesa» in atmosfera sotto forma di anidride carbonica, il principale gas serra. E la zootecnica intensiva ha creato e crea montagne e laghi di letame che esalano in atmosfera milioni di tonnellate di metano e ossido di azoto.
    Le multinazionali e l'agrobusiness propongono vie d'uscita tecnologiche: il carbone agricolo, colture ogm «pronte al cambio di clima», vacche geneticamente predisposte a produrre meno metano, la «rivoluzione zootenica», la «rivoluzione blu» dell'acqua coltura... Cosiddette soluzioni che, illustra il rapporto di Grain, creerebbero più problemi di quanti ne risolverebbero.
    Invece, con il ritorno planetario all'agroecologia sarebbe possibile in mezzo secolo ricatturare fino a 450 miliardi di tonnellate di anidride carbonica: oltre i due terzi del presente carbonio che è in eccesso nell'atmosfera. Si può fare! Milioni di persone, tante comunità agricole dovrebbero accedere alla terra per avere lavoro e mezzi di sussistenza e al tempo stesso collaborare a ripristinare la materia organica nel suolo. Ma dov'è la volontà politica necessaria a questa vera rivoluzione verde?
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