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TERRA TERRA
22.10.2009
  • | di Marina Forti
    La pandemia del business
    Chissà se i ripetuti allarmi sulla «influenza suina», poi ribattezzata influenza A, sono da intendersi come un «pacchetto di stimolo» all'industria farmaceutica, un po' come la rottamazione per quella automobilistica. Certo l'allarme pubblico è stato costruito per bene: l'annuncio di un nuovo virus, l'allarme su contagi incontrollati, una metropoli come Città del Messico descritta come un lazzaretto, e poi quella parola, «pandemia», pronunciata in modo precipitoso dall'Organizzazione mondiale della sanità e rimbalzata in tutto il mondo. Ora è chiaro che stiamo parlando di una normale influenza, sebbene in una nuova variante (il virus H1N1): circola in fretta, ma non è più pericolosa né letale di quelle già diffuse, che fanno decine di migliaia di morti ogni anno. E però ogni caso della «nuova» influenza finisce sui giornali – le influenze vecchie non fanno notizia. E tutto finisce in grandi somme di denaro stanziate per vaccini e scorte di farmaci. Il Tamiflu, farmaco antivirale (della svizzera Roche), non specifico contro l'H1N1, da mesi ha un boom di vendite, grazie a ordinazioni massicce di molti governi (nei primi nove mesi di quest'anno il fatturato della Roche è cresciuto del 9%, a 36,4 miliardi di franchi). Ma sono soprattutto i vaccini che vanno a ruba.
    Se sia opportuno fare vaccinazioni a tappeto è ancora discusso. Una cosa però è sicura: i vaccini fanno benissimo alle compagnie farmaceutiche. Qualche dato relativo agli Stati uniti illustra la situazione. Le compagnie farmaceutiche hanno venduto finora vaccini per la H1N1 per 1,5 miliardi di dollari (oltre al miliardo di dollari in vaccini antinfluenzali già prenotati in precedenza per questo inverno): è quanto pagherà il contribuente americano per i 250 milioni di dosi di vaccino ordinate finora dal governo, che saranno distribuiti gratuitamente a medici, farmacie e scuole (anche se chi non ha un'assicurazione medica dovrà pagarlo: 25 dollari a dose). Gran parte di quei soldi andrà ai fabbricanti di vaccini - Sanofi-Pasteur, Glaxo Smith Kline e Novartis in testa. Il Congresso Usa ha inoltre stanziato 10 miliardi di dollari quest'anno per la ricerca in vaccini antinfluenzali, per monitorare la diffusione della «nuova pandemia» e fare educazione pubblica (l'equivalente del nostro Topo Gigio?).
    Tutto questo rientra in un mercato globale dei vaccini stimato sui 20 miliardi di dollari, e in crescita. Già: per i vaccini in genere questo è un momento di boom, diceva giorni fa alla tv americana Abc un portavoce di Kalorama, agenzia di ricerche di mercato che compila un rapporto annuale sull'industria dei vaccini: «Sono un'area in crescita, mentre altre parti dell'industria farmaceutica non vanno tanto bene». Così alcune grandi case farmaceutiche che finora avevano snobbato i vaccini ci stanno ripensando. Il mese scorso Abbott Labs ha comprato un'azienda belga avviata nella produzione di vaccini antinfluenzali per 6,6 miliardi di dollari; Johnson&Johnson ha investito 444 milioni di dollari in un'azienda olandese di biotecnologie che pure lavora su vaccini antinfluenzali. Infine Merck, che già produce vaccini per altre malattie, ha fatto un accordo per distribuire quelli antinfluenzali dell'australiana Csl. Scommettono sulla «nuova» influenza, ma non solo: sono attirate soprattutto dall'idea che nuovi progressi della scienza medica porteranno ad aumentare il numero di malattie a cui saranno applicabili vaccini – il cancro della cervice dell'utero, il virus Hiv, la tubercolosi, c'è chi parla perfino di un futuro vaccino contro l'Alzheimer. Un mercato ricco in cui ficcarsi.
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