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TERRA TERRA
06.11.2009
  • | di Marina Forti
    La pipeline dei militari
    Per ora si tratta di una linea sulla carta geografica: unisce un punto nel golfo del Bengala, appena fuori dalla costa della Birmania, alla città di Kunming in Yunnan, Cina meridionale, con prolungamento fino a Nanning. Il punto offshore è il giacimento di gas naturale di Shwe, Birmania occidentale. Le città cinesi sono la destinazione di quel gas.
    Infatti è di un gasdotto che stiamo parlando, o meglio: un condotto a uso duale, gas/petrolio. Il progetto è nello stadio iniziale di sviluppo; secondo le previsioni dovrebbe essere completato per il 2012 e dall'anno seguente permetterà alla Cina di importare sia il gas estratto in Birmania, sia il petrolio proveniente dal Medio oriente e dall'Africa. Con un duplice vantaggio: «accorciare» la via percorsa da gas e petrolio dai luoghi di estrazione alla Cina, e soprattutto evitare la navigazione attraverso lo stretto di Malacca, sovraffollato e strategicamente fragile.
    La Cina dunque tiene molto alla pipeline trans-birmana. La China National Petroleum Corporation (Cnpc), ente di stato per gli idrocarburi, possiede la maggioranza del progetto (la Myanmar oil and gas enterprise, dello stato birmano, è partner insiene a Daewoo e altre aziende di Corea del sud e India).
    Al presidente cinese Hu Jintao dunque una rete di organizzazioni per i diritti umani ha indirizzato una lettera aperta in cui chiede di sospendere quel progetto: per evitare una gigantesca violazione di diritti umani e un inevitabile danno per la Cina. Perché, spiega la lettera firmata da 115 organizzazioni della società civile e forze politiche, di una ventina di paesi, quel progetto di gas-oleodotto è un incubo per le popolazioni che si trovano sul suo tracciato. «Abusi e violenze sono già segnalate nelle zone del progetto di pipeline», spiegano le organizzazioni raccolte nel Shwe gas movement, che ha promotto la lettera aperta (www.shwe.org). Nella zona del giacimento off-shore si segnalano violenze contro i pescatori, a cui è stata vietata la pesca, mentre è cominciata la confisca di terre nella zona iniziale della pipeline, nello stato di Arakan (Birmania occidentale). Non solo. Nella parte settentrionale del tracciato, nello stato di Shan, resta un conflitto irrisolto tra lo stato centrale e la minoranza etnica: ed è per «pacificare» la zona in previsione della costruzione del gas-oleodotto che nell'agosto scorso l'esercito birmano ha lanciato un'offensiva militare, provocando la fuga di oltre 30mila persone della minoranza Kokang sfollate in territorio cinese. Ed c'è da temere che sia solo l'inizio - se può servire da indicazione, a metà degli anni '90 la costruzione di un gasdotto Birmania-Thailandia, nella meridionale penisola di Tenasserim, si tradusse in interi villaggi rasi al suolo e popolazioni messe ai lavori forzati - come documentato più tardi in un processo penale contro la compagnia petrolifera Unocal, negli Usa.
    Lungo il tracciato del futuro gas-oleodotto dunque si confiscano terre e si terrorizzano gli abitanti. La lettera fa poi notare che la Birmania ha importanti giacimenti di gas naturale ma la maggioranza dei suoi cittadini non ha accesso all'energia: il paese consuma pro capite meno del 5% dell'elettricità consumata in Cina o in Thailandia (il gas venduto alla Thailandia oggi fa il 45% del reddito delle esportazioni birmane). Quanto al futuro gasdotto, darà al governo militare della Birmania circa 29 miliardi di dollari nei prossimi trent'anni. La lettera chiede di sospendere quel progetto: almeno «finché la popolazione della Birmania potrà esercitare il suo diritto umano di partecipate alla decisione e beneficiare dell'uso delle risorse naturali del paese».
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