domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
11.11.2009
-
| di Stefano Liberti
Le sabbie del Congo
Sono le sabbie bituminose l'ultima frontiera dell'Eni in Africa. Con un progetto multimiliardario lanciato l'anno scorso, la compagnia petrolifera italiana (partecipata per il 30 per cento dallo stato) si è lanciata nel nuovo business nel Congo Brazzaville, l'ex colonia francese sulla riva destra dell'immenso fiume Congo.
Il progetto - basato sull'estrazione di un bitume simile al petrolio che può essere convertito in petrolio grezzo sintetico o raffinato direttamente in raffineria per ottenere i derivati del petrolio - dovrebbe svilupparsi in un'area di 1790 chilometri quadrati, in vista di una produzione di almeno 2,5 miliardi di barili di greggio.
Secondo le indicazioni dell'amministratore delegato dell'Eni Paolo Scaroni, l'area dovrebbe interessare solo zone di savana e non aree ricoperte dalla foresta equatoriale, che occupa gran parte dell'estensione del paese africano. Ma l'affermazione appare smentita da uno studio della Fondazione Heinrich Boll secondo cui «il 70 per cento delle sabbie bituminose sarebbe stato localizzato in piena foresta primaria e in altre zone di particolare rilievo per la loro ricca biodiversità».
Il suddetto studio, frutto di varie missioni sul campo e della collaborazione di diverse Ong fra cui l'italiana Campagna per la riforma della banca mondiale (Crbm), punta il dito contro l'opacità dell'accordo (di cui la popolazione locale ignora tutti i dettagli) e sull'impatto che i lavori di estrazione hanno sull'ambiente.
Facendo un raffronto con la regione dell'Alberta in Canada - principale area del pianeta dove si sfruttano la sabbie bituminose, di cui TerraTerra si è occupato ieri -, gli estensori del rapporto mettono in guardia contro i mali di questa nuova frontiera degli idrocarburi: in particolare, il processamento delle sabbie richiede grandi quantità di energia e libera un numero di emissioni di gas serra dalle tre alle cinque volte maggiori di un barile di petrolio convenzionale.
Inoltre alcuni rappresentanti dell comunità locali sostengono di essere stati espropriati delle proprie terre per far posto agli sfruttamenti delle sabbie.
In un paese che è un piccolo emirato petrolifero, in cui il 75 per cento della popolazione non ha accesso all'elettricità e vive con appena un dollaro al giorno, gli accordi stretti da Eni rischiano di beneficiare solo alla piccola élite guidata dal presidente Denis Sassou-Nguesso, ricco satrapo saldamente alla guida dello stato - fatta salva una breve soluzione di continuità - da circa 30 anni. Già territorio esclusivo della compagnia francese Elf-Aquitaine, oggi il Congo-Brazzaville è territorio di conquista. Non è un caso che l'Eni non si limita a sfruttare le sabbie bituminose, ma gestisce un grande giacimento petrolifero vicino a Pointe-Noire, capitale del greggio congolese e ha anche in cantiere altri due progetti: un gasdotto per ridurre il gas flairing derivante dall'estrazione del petrolio e una produzione di bio-diesel a partire da olio da palma.
Anche quest'ultimo progetto - per quanto teoricamente meno devastante - ha i suoi effetti negativi. Come dimostra il caso di Kalimantan in Indonesia, lo sfruttamento a monocultura di una vasta zona già coperta da foresta è un danno per la biodiversità e una minaccia alla stessa sicurezza alimentare del paese. Senza contare che la deforestazione fa aumentare il peso dei gas a effetto serra rilasciati nell'atmosfera..
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