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TERRA TERRA
04.12.2009
  • | di Marinella Correggia
    Clima: meglio se fallisce?
    Non lo dicono i petrolieri ma James Hansen, noto climatologo del Nasa Goddard Institute for Space Studies e autore di «Storms on my Grandchildren» (che suona più o meno come «Tempeste sui miei nipoti»): al quotidiano britannico The Guardian ha detto che qualunque sia l'accordo potrà nascere dai negoziati in corso sul clima, sarà così profondamente difettoso che «sarebbe meglio per il pianeta e le generazioni future ricominciare i negoziati da zero».
    Meglio dunque se la conferenza che comincia la settimana prossima a copenhagen si concludesse davvero con un fallimento, sostiene lo scienziato: «Tutto l'approccio del negoziato è talmente viziato alla base che sarebbe meglio riesaminare la situazione», dice. Se il risultato della conferenza di Copemhagen fosse un accordo tipo Kyoto, «poi ci vorranno anni per determinare esattamente che cosa significa». E questo anche se ormai i principali paesi emettitori di gas di serra - Usa, Cina, l'Europa e anche l' India - hanno messo sul tavolo dei possibili impegni per la riduzione delle loro emissioni - volontarie nel caso di Cina e India. Proprio ieri New Delhi ha detto che intende tagliare l'intensità di carbonio (la quantità di CO2 emessa èer unità di prodotto) tra il 20 e il 25% entro il 2020 rispetto al livello del 2005, ha detto il ministro dell'ambiente Jairam Ramesh. (Nei negoziati che precedono Copenhagen resta invece bloccato il discorso di finanziare e risarcire le nazioni in via di sviluppo per il caos climatico ormai inevitabile).
    James Hansen ha lavorato dal 1989 per educare i politici sulle cause del riscaldamento globale e sulla necessità di intervenire. Ma egli si oppone fermamente al commercio delle quote di carbonio - il meccanismo che permette la compravendita dei «diritti di emissione» di CO2, che vari governi anche europei considerano il modo più efficiente per tagliare le emissioni e promuovere un'economia a energia pulita.
    Hansen, diventato attivista - malgrado la sua riluttanza a parlare in pubblico - durante il folle periodo dell'amministrazione Bush di fronte allo spettro delle siccità, delle alluvioni, delle carestie e delle città sommerse, è molto critico rispetto allo stesso Obama e perfino al Nobel per la pace Al Gore: i politici non fanno abbastanza rispetto a quella che lo scienziatoi considera la sfida morale della nostra epoca, paragonabile alla lotta contro la schiavitù. «Non ci possono essere compromessi in materia: non si può dire, riduco la schiavitù del 50%. Eppure si continua con il business as usual», come nulla fosse.
    Alla fine dell'estate Hansen era stato arrestato durante una protesta contro una miniera di carbone a cielo aperto nelle montagne della Virginia occidentale. Propone una carbon tax diretta sull'uso dei combustibili fossili. La normativa sul «cap-and-trade» («fissa un tetto alle emissioni e poi apri il commercio») secondo lui è analoga al medioevale mercato delle indulgenze, in cui i paesi sviluppati vogliono continuare senza grandi cambiamenti e i paesi in via di sviluppo vogliono denaro con gli offsets (compensazioni). Malgrado il suo pessimismo, egli dice che occorre agire e che va rifiutata la logica del «troppo tardi»: «Non possiamo abbandonare il paineta, perciò dobbiamo minimizzare il danno».
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