giovedì 09 febbraio 2012
TERRA TERRA
08.12.2009
-
| di Marinella Correggia
L'aria di Toranagallu
In tutti i sensi è lontanissimo da Copenaghen il villaggio di Toranagallu, nello stato indiano meridionale del Karnataka. Eppure i suoi abitanti potrebbero dire parecchio riguardo all'impatto del commercio delle emissioni. Che a Toraganallu si identificano con i fumi dell'acciaieria Jindal South West. Aperta dieci anni fa, negli ultimi sette ha incassato parecchio grazie al Meccanismo per lo sviluppo pulito (Clean Development Mechanism, Cdm) amministrato dall'Onu nell'ambito del Protocollo di Kyoto. Il Cdm permette ai paesi industrializzati che hanno sotto Kyoto obblighi di riduzione (i paesi dell'allegato I) di investire in progetti di riduzione delle emissioni nei paesi in via di sviluppo, come alternativa rispetto alle più costose riduzioni delle emissioni in casa propria. L'idea era anche incentivare tecnologie più verdi nei paesi «riceventi».
La fabbrica di acciaio a Toraganallu ha in effetti ridotto le proprie emissioni, generando energia dai gas residui creati dal processo produttivo. E però il suo insediamento è stato ed è tuttora un disastro per gli abitanti della zona. Acqua inquinata, aria piena di polveri. Un prezzo grande, per posti di lavoro certo ben remunerati. La fabbrica continua a ingrandirsi, usufruendo anche delle lucrose entrate dai crediti.
Toraganallu è uno dei tanti punti interrogativi - dice un articolo sulla versione on line del Time - circa l'efficacia dei progetti Cdm e l'opportunità di usare il commercio delle emissioni come strumento per combattere i cambiamenti climatici. Una delle conseguenze non volute del sistema Cdm è che tende a spingere (ulteriormente) verso il Sud le industrie più inquinanti, permettendo all'Occidente industrializzato di spostare su questi ultimi il peso della riduzione dei gas serra. Infatti, «il Cdm è stato immaginato proprio per diventare la scelta più economica con la quale i paesi occidentali possono far quadrare i propri bilanci in carbonio» ha detto Sunita Narain, del Centre for Science and Environment di New Delhi. E il commercio globale del carbonio è stato un successo, in termini di investimenti totali. Da quando è stato varato nel 2005, in tre anni ha moltiplicato i suoi numeri per dodici, arrivando a 126 miliardi di dollari.
Ma il dubbio è se questo meccanismo di mercato favorisca progetti che riducono davvero le emissioni, come impianti solari e sistemi di trasporto pubblico, o se invece ritardi il passo alla riduzione sussidiando le industrie più inquinanti che possono più facilmente accedere ai crediti perché hanno davvero tanto da pulire. Fra i maggiori destinatari degli interventi a titolo di Cdm vi sono le industrie indiane di refrigerazione e condizionamento come la Srf. Perché? Perché durante la produzione emettono il gas Hfc-23 che è 11.700 volte più dannoso per l'atmosfera della CO2. Così la Srf ha investito 3 milioni di dollari per bruciare il gas anziché rilasciarlo in atmosfera; con il Cdm sarà gratificata di 600 milioni di dollari in un decennio.
I sostenitori del meccanismo dicono che quel che conta è la riduzione in termini assoluti delle emissioni, non importa la fonte e il modo. E i mercati cercano il modo più efficiente, meno costoso di arrivarci.
Tuttavia, scrivono due docenti dell'Università di Essex in un libro appena pubblicato, «Upsetting the Offset: The Political Economy of Carbon Markets», il commercio delle emissioni incentiva le imprese grandi inquinatrici a non cambiare, e ha effetti spesso negativi sulle comunità e gli ecosistemi dei paesi in via di sviluppo. La soluzione vera rimane sempre quella: uscire dall'economia fossile.
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