domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
26.01.2010
-
| di Marinella Correggia
L'anno del nucleare?
L'industria statunitense del nucleare avrebbe speso negli ultimi dieci anni oltre 663 milioni di dollari in attività di lobbying e contributi a campagne elettorali, secondo un'analisi dello «Investigative Reporting Workshop» dell'American University. Solo nella prima metà dell'anno scorso sarebbero stati sganciati quasi 56 milioni di dollari (il 60% ai democratici).
Funziona! L'amministrazione Obama potrebbe presto garantire un prestito di 18,5 miliardi di dollari per costruire reattori nucleari per la generazione di elettricità, mentre il Congresso sta pensando se non sia il caso di andare molto oltre nel sostegno all'espansione dell'energia nucleare.
Questa allo stato attuale produce il 20% del fabbisogno di elettricità degli Stati Uniti. Però molti reattori stanno invecchiando e dall'incidente di Three Mile Island in Pennsylvania (con il rilascio di una piccola quantità di radiazioni) nel 1979, non è stata più rilasciata alcuna autorizzazione a costruirne. Due le ragioni: appunto gli irrisolti - irrisolvibili dicono gli ambientalisti - problemi di sicurezza sia nel funzionamento che nello smaltimento della spada di Damocle delle scorie (in decenni non è ancora stato trovato il sito giusto), sia perché fare una nuova centrale costa moltissimo: circa 8 miliardi di dollari.
Ma tutto il mondo è paese e così, siccome rimane irrisolto anche il problema dei cambiamenti climatici, e siccome la nazione vuole uscire in qualche modo da una lunga recessione, ecco che costruire una nuova centrale nucleare potrebbe essere considerato una specie di grande programma di...lavori verdi. L'industria del nucleare sostiene che la sua energia deve essere inserita a pieno titolo nei programmi per la riduzione delle emissioni e nel Climate Bill in discussione al Congresso. E purtroppo sono d'accordo anche alcuni sindacalisti e alcuni democratici. In numero crescente. «È l'anno del nucleare» ha detto il democratico Jim Clyburn. Del resto, con sostanziosi contributi al nucleare, sarebbero assicurati i tanto agognati voti repubblicani al provvedimento «salvaclima» (si fa per dire: gli statunitensi producono 20 tonnellate di gas serra all'anno e non sarà questa legge a farle scendere drasticamente, fino a decimarle - ridurle a un decimo).
Alcuni repubblicani, amici storici dell'uranio, spingono per un piano che permetta la costruzione di 100 (cento) reaattori nei prossimi 20 anni. L'industria del settore vorrebbe circa 100 miliardi di dollari per la relativa costruzione, che costerebbe intorno ai 200. Di fronte a ciò, i 18 e rotti miliardi che Obama e i suoi sembrerebbero disposti a dare intanto, sono solo noccioline.
Le garanzie federali sono indispensabili per ottenere i crediti necessari, soprattutto considerando che in un regime di deregulation del mercato elettrico, i costi di costruzione di una centrale non possono essere automaticamente recuperati con le bollette. E mentre il Nuclear Energy Institute sostiene che le garanzie non costerebbero nulla ai contribuenti perché l'ufficio del bilancio del Congresso nel 2003 stabilì che i rischi di fallimento di un prestito a fini nucleari potevano essere molto alti: anche oltre il 50%.
I critici del nucleare rimasti negli Usa lanciano l'allarme: investire così simili somme le distoglierebbe da altre fonti di elettricità a basse emissioni e pulite o più pulite e senza scorie. Solare, eolico, biomasse, geotermico.
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