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TERRA TERRA
28.01.2010
  • | di Paola Desai
    La sete della Siria
    Un raro segno di apertura nella vita politica della Siria. Durante un forum pubblico, alcuni rappresentanti del governo hanno fatto il punto sulle conseguenze della siccità che nel 2008 ha devastato i raccolti di grano e costretto migliaia di persone a sfollare dall'est del paese. Il forum era organizzato dalla «Società siriana degli economisti» ed è un evento in sé, fa notare l'agenzia Reuter che ieri ne ha dato notizia in un lungo dispaccio: ricordava un po' il movimento per la democrazia detto la «primavera di Damasco», soffocato nel 2001. Insomma: a questo forum funzionari governativi hanno ammesso che la siccità ha avuto un impatto disastroso, con alti livelli di povertà, disoccupazione e analfabetismo, e bassi investimenti. Quella del 2008 è stata la peggiore siccità da almeno 40 anni: le piogge nelle regioni orientali del paese sono diminuite del 30% e il fiume al-Khabur, il principale affluente dell'Eufrate, si è seccato. Il raccolto di grano quell'anno è crollato a 1,3 milioni di tonnellate - nelle annate precedenti, tra il 2003 e il 2007, oscillava tra i 2,4 e i 2,9 milioni di tonnellate. Il governo non ha mai dato un computo ufficiale degli sfollati, ma stima che siano tra 300mila e un milione, gente che ora affolla gli slum di Damasco, Aleppo o Hamah. «Dobbiamo programmare una riorganizzazione complessiva dell'economia locale, che metta insieme economia, sanità e istruzione, non solo la produzione agricola», diceva a quel forum Hassan Katana, capo del dipartimento di statistica e programmazione del ministero dell'agricoltura. In quella regione orientale - che produce la gran parte del grano e del cotore del paese - l'80% della popolazione è sotto la soglia di povertà, faceva notare un rappresentante dell'Unione contadina, il siondacato governativo. Perché la siccità ha aggravato una situazione già difficile: infrastrutture malandate, un sistema educativo negletto da anni. E dire che la Siria era un importante esportatore di grano nel Medio oriente prima che cominciasse la siccità nel 2007, anno in cui la produzione nazionale era stata di 4,1 milioni di tonnellate, di cui due terzi prodotte proprio in quelle regioni orientali che costeggiano l'Eufrate. E' il risultato di una politica voluta (dal 1963 il partito Baath ha imposto una stretta centralizzazione dell'economia): lo stato ha il controllo della commercializzazione del grano e del cotone, le due «cash crop» (derrate per il mercato dell'export) che dovevano sviluppare quella grande regione agricola. Ma grano e cotone bevono molta acqua. Katana ha ammesso che il governo ha già ridotto l'area allocata per la coltivazione del cotone, per la mancanza d'acqua: «Tutte le nostre risorse agricole sono ormai stra-usate. La vera sfida è sviluppare strategie e capacità per dare nuove attività economiche alla regione», ha detto il rappresentante del ministero dell'agricoltura. E' un'ammissione non da poco: la strategia di fare della regione orientale il «granaio» della Siria ha esaurito le risorse idriche e impoverito la regione. Fa impressione poi apprendere che anche prima della rovinosa siccità, i livelli di povertà fossero così alti: tanrto più che la regione orientale siriana è anche quella che produce petrolio (non molto, ma pur sempre 375mila barili al giorno). Ma boom agricolo e petrolio non si sono tradotti in sviluppo delle infrastrutture, sanità e istruzione. Di tutto questo si parlava in quel forum della «Società degli economisti» - qualcuno faceva notare che uno dei problemi è che esperti come Katananon sono stati consultati, al momento di elaborare le linee di indirizzo economiche.
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