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TERRA TERRA
03.02.2010
  • | di Luca Fazio
    Ruminare Ogm-free
    La propaganda delle lobby pro Ogm - ieri, per esempio, a commento di una sentenza favorevole che il ministro Zaia si è impegnato a contrastare, Futuragra ha annunciato che «il conto alla rovescia per la semina è cominciato» - potrebbe far pensare a un'Europa già accerchiata dalle piante transgeniche. Invece non è così. In tutto il continente le coltivazioni di Ogm sono contenute entro un numero di ettari che sarebbero compresi nella superficie del comune di Roma, e lo stesso bacino del Mediterraneo (Egitto a parte) ne è ancora indenne. E' però in corso una sorta di penetrazione occulta insidiosa, e gli «ultracorpi» hanno le sembianze dei mangimi destinati all'alimentazione animale: oltre il 90% degli Ogm importati in Europa sono soia e mais destinati alla mangimistica, e il 30% della dieta riservata agli animali da allevamento è composta da Ogm (ogni anno, 20 milioni di tonnellate di Ogm entrano già nella catena alimentare degli europei).
    C'è rimedio? Sì, anche se le aziende biotech si ostinano a dire il contrario. E proprio di questo si discute oggi e domani a Bruxelles nel corso del terzo incontro sulla mangimistica Ogm-free organizzata dalle regioni europee (tra cui molte italiane) con alcuni dei fornitori più importanti del mondo, Brasile, India, Ucraina e Nord America. L'obiettivo è la creazione di un sistema indipendente di importazione di mangimi «puliti» in Europa. Il problema non è da poco e non si esaurisce nelle stalle, poiché riguarda i prodotti di eccellenza del made in Italy. «Per quanto centrale nei sistemi mangimistici attuali - spiega Luca Colombo della Fondazione Diritti Genetici - la soia può infatti essere sostituita da altre colture ricche in proteine coltivabili in Italia che hanno, tra l'altro, il non disprezzabile merito di ripristinare la fertilità dei suoli. E comunque, qualora si volesse continuare ad usare la soia, esistono diversi bacini di approvvigionamento di prodotto libero da Ogm». Solo il Brasile, infatti, ne coltiva 25 milioni di tonnellate all'anno, e la regione francese della Bretagna ha già preso accordi con lo stato del Paranà per acquistare soia non trangenica.
    I fanatici pro biotech, sapendo di toccare un nervo scoperto, sostengono però che per gli allevatori i costi sarebbero difficilmente sostenibili (più elevati del 20-30%, come scriveva l'altro giorno il Corriere della Sera). Invece, dicono gli ecologisti, la filiera Ogm-free della mangimistica costerebbe il 10% in più, ma semplicemente perché ci sono costi aggiuntivi di controllo e certificazione dovuti proprio al fatto che esiste la soia transgenica. Inoltre, come suggerisce l'associazione Vas, che da anni si occupa di mangimistica, in Italia sono già stati fatti studi per incentivare una produzione libera da Ogm, «tra la più importante quella del Centro di ricerche per la produzione animale di Reggio Emilia che ha coinvolto 16 regioni italiane e che riguarda colture quali quella del pisello proteico, del favino e del cece».
    In attesa della prossima semina, invece, in Italia fa notizia un gruppetto di imprenditori agricoli pro Ogm che si rallegra per l'ingresso in Italia del mais Mon810 di Monsanto proprio perché la zootecnia italiana avrebbe bisogno di Ogm (anche se ricerche indipendenti hanno dimostrato che provoca danni alle cavie da laboratorio). Gli stessi minacciano il ministro Zaia di chiedere danni qualora si adoperi - come va dicendo a mezzo stampa - per vanificare la sentenza del Consiglio di Stato che ha sdoganato il Mon810. Zaia, per ora, ripete che «rispetterà le volontà dei cittadini». Se avesse coraggio, basterebbe un decreto di urgenza.
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