mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
05.02.2010
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| di Marinella Correggia
I baroni della bistecca
Brasile: i grandi allevatori di bovini - che un servizio del quotidiano inglese «The Guardian» chiama «baroni della bistecca» - si stanno dando da fare per ripulire la loro immagine piuttosto annerita dai fumi degli incendi che distruggono l'Amazzonia e dalle notizie sulle responsabilità degli allevamenti bovini circa le emissioni di metano, potente gas serra. L'80% della deforestazione amazzonica è ormai universalmente attribuita al complesso mangimi-pascoli. In immense aree forestate o semiforestate, gli alberi sono spazzati via per far spazio a campi a soia - che nutriranno allevamenti brasiliani ed europei - e soprattutto a superfici erbose dove brucano le mandrie. Il Brasile è il primo esportatore al mondo di carne di manzo; la Gran Bretagna uno dei principali importatori. La foresta nel piatto. I suddetti «baroni», sotto accusa per i loro peccati ambientali sia in patria (il governo di Lula si è formalmente impegnato a porre fine alla distruzione della foresta provocata dai pascoli bovini)
sia a livello internazionale (eloquente il rapporto di Greenpeace, «Amazzonia arrosto», pubblicato l'anno scorso) cercano aree meno osservate. Dove le vanno a pescare? Sulla frontiera con il Paraguay. Però, denuncia l'organizzazione Survival International, stanno occupando terre tradizionali indigene, abitate dalla tribù Totobiegosode. Questa fa parte della più ampia famiglia tribale degli Ayoreo e vive tuttora in isolamento volontario. Secondo i conservazionisti, che si basano come prova sulle immagini da satellite, la compagnia brasiliana Yaguarete Pora Sa ha già distrutto migliaia di ettari delle foreste tribali, per convertirle in pascoli. La comunità tribale ha dunque chiesto protezione attraverso altri membri della famiglia Totobiegosode, che nel 1993 aveva intrapreso un cammino legale per assicurare la titolarità delle terre; finora senza aver ottenuto una decisione finora. La foresta contesa si trova a 400 km a nord della capitale paraguayana Asunción, nella provincia dell'Alto Paraguay; là, secondo stime di ambientalisti locali, ormai il 90% delle aree sarebbe in mano ai baroni della bistecca brasiliani. Secondo i media, il Consiglio ambientale nazionale, organo governativo uruguayano, l'anno scorso ha cancellato per irregolarità dei permessi di abbattimento concessi in precedenza alla Yaguarete. Ma la compagnia ha già preso 78.500 ettari. Per rifarsi un'immagine, ha annunciato che 27.500 rimarranno a riserva forestale. Il piano della riserva è stato stilato dal National Land Trust, un organo formato dall'ex direttore dei parchi paraguayani per facilitare i proprietari terrieri che vogliono creare aree conservazioniste.
Ma Survival, sostenendo l'azione dell'associazione paraguayana Gat, giorni fa ha attribuito alla Yaguarete il poco ambito premio «Greenwash», letteralmente «lavaggio verde». Infatti, spianare la foresta e lasciarne pezzi a riserva per ragioni di pubbliche relazioni è pura ipocrisia.
La compagnia ha risposto che saranno garantiti i diritti di pesca e caccia a centinaia di famiglie indigene che vivono nell'area, e continueranno a poter praticare i loro «usi e costumi». Peccato che i Totobiegosode reclamino la titolarità di quelle terre da quasi venti anni, e in toto. Gli allevatori brasiliani sostengono di creare lavoro e rispettare le leggi, in Paraguay, e accusano Survival di «xenofobia» e di tentativo di influenzare il presidente di un paese sovrano. Oltretutto, concludono, c'è un trattato internazionale che impegna il Paraguay a proteggere gli investimenti brasiliani. Di fronte a questo, la foresta che importa?
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