mercoledì 08 febbraio 2012
TERRA TERRA
09.02.2010
-
| di Marinella Correggia
Diete cinesi e acciaio
Se l'industrializzazione in Cina seguirà il corso che ha avuto nelle nazioni occidentali, la domanda pro capite di cemento e acciaio conoscerà un picco molto prima di quanto lo farà il consumo di carne e dunque di fertilizzanti. Così sostiene un articolo del «New York Times». La rivoluzione delle abitudini alimentari si muove a un passo più lento rispetto alla rivoluzione delle infrastrutture di un paese. Negli Usa, per esempio, mentre la produzione pro capite di acciaio conobbe il picco negli anni 50, quella di carne ha continuato a crescere, e rispetto al 1950 gli statunitensi mangiano il 60% in più di carne (ora 125 kg). Il trend è stato simile - seppure in quantità diverse - in altri paesi occidentali.
La Cina mangia più proteine animali rispetto a pochi anni e decenni fa, ma non avrebbe ancora raggiunto i livelli occidentali medi: il suo consumo medio di carne è infatti pari a 45 kg all'anno, una cifra forse gonfiata. Produrre più proteine animali significherà aver bisogno di enormi quantità di mangimi, e dunque di fertilizzanti per coltivarli (a parte le farine di pesce... anche lì, la Cina è fra i principali acquirenti). Già Beijing è il principale consumatore di potassio (un quarto della produzione mondiale) e il primo produttore di fosfati (sull'export dei quali nel 2008 ha imposto tariffe restrittive). Questi trend si ripercuotono, oltre che sull'ambiente, sui comportamenti delle multinazionali. Le attività di fusione e acquisizione nel settore agricolo conoscono un periodo davvero caldo.
Al tempo stesso però, in Cina sembra stare emergendo una domanda di diete a basso contenuto di carbonio. In un servizio trasmesso dalla tv cinese, il proprietario di un ristorante vegetariano spiegava che sono aumentati i clienti, persone sensibili agli impatti ambientali delle scelte alimentari. I veg-avventori sono in media giovani, interessati a una vita a basso carbonio, anche per via del trend mondiale in questo senso. C'erano fino a pochi anni fa circa 80 ristoranti vegetariani a Pechino, spesso legati alle tradizioni buddiste o alla filosofia cinese dell'armonia fra corpo e natura. Poi erano via via scesi ad appena 50. Ma potrebbero riprendere quota. Non per il buddismo bensì per il carbonio.
Ma la cronaca di questi giorni ci dice anche che, a differenza degli occidentali, i cinesi non fanno razzismo a favore degli animali più belli, come i bianchi cuccioli di foca. Così la crudele caccia alle foche è ormai un tabù in Occidente e i relativi prodotti sono banditi in Europa. Ed è il mercato cinese a offrire un enorme potenziale. Di recente la ministra della pesca canadese Gail Shea si è recata alla Fiera delle pellicce di Pechino per promuovere una linea di moda a base di foca; e negli obiettivi commerciali c'è anche l'espansione delle esportazioni di questa esotica «carne di mare». Le vendite di prodotti in grasso di foca potrebbero superare l'industria delle pellicce.
Il Canada ha speso molto denaro per contrastare la messa al bando europea dei prodotti di foca - carne, pellicce, olio - decisa dai 27 a luglio e che dovrebbe entrare in vigore dalla prossima stagione di caccia. Ma è un piccolo mercato quello del Vecchio continente. Gli sbocchi principali per il Canada sono Russia e Cina; la quale da un decennio è diventata il centro mondiale della manifattura pellicciaia, e adesso offre anche a pelli, carne e grasso lo sbocco di mercato di milioni di nuovi ricchi. Il tentativo di replicare in Cina le campagne anticaccia alle foche appare difficile, perché la varietà di animali commestibili e utilizzabili è molto più ampia.
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