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TERRA TERRA
13.02.2010
  • | di Marina Forti
    Altro fango in Indonesia
    Chissà se la magistratura indonesiana deciderà di riaprire il caso Lapindo Brantas. O forse bisognerebbe dire il caso «vulcano di fango»: si tratta dell'eruzione di fango caldo e maleodorante cominciata nel maggio del 2006 presso Porong, un sito di pozzi di gas naturale in un distretto orientale di Java, non lontano dalla città industriale di Surabaya. Lento e inesorabile il fango ha sommerso un villaggio dopo l'altro, scuole, capannoni industriali, fattorie, casette nei nuovi quartieri suburbani abitati da pendolari di Surabaya: in tutto oltre 60mila persone sono state costrette a sfollare. E poi risaie, allevamenti di pesce e di gamberi. L'economia locale è stata devastata. Fermare l'eruzione di fango si è rivelato impossibile, le opere di contenimento un palliativo: il fango ha interrotto le comunicazioni tra Surabaya, con il suo porto, e la parte orientale di Java: ha tagliato la principale autostrada costiera, la ferrovia, un gasdotto, la linea di trasmissione dell'energia elettrica.
    L'eruzione ha provocato proteste (degli sfollati) e polemiche imbarazzanti per il governo. Il punto è che l'eruzione è cominciata da un pozzo dove erano in corso trivellazioni, a quanto pare senza alcune precauzioni necessarie: una spaccatura in profondità (1.800 metri) ha aperto la strada alla massa di fango, gas e acqua bollente che stava sotto pressione. La compagnia responsabile delle trivellazioni è la Pt Lapindo Brantas, che fa parte del Bakrie Group, conglomerato industriale di proprietà del signor Aburizal Bakrie - che all'epoca dei fatti era anche ministro del welfare del governo indonesiano. Questo spiega perché il disastro del fango sia stato un grande imbarazzo per il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono. Lapindo ha speso milioni in risarcimenti, ma anni di ricerche scientifiche, perizie tecniche e proteste popolari non hanno portato a stabilire responsabilità legali della società del gruppo Bakrie. E l'anno scorso la polizia ha archiviato il caso, dicendo che non ci sono prove per affermare che le trivellazioni siano la causa del disastro.
    Ora la ricerca di un gruppo di scienziati anglo-australiani potrebbe riaprire la questione. L'équipe di scienziati, guidata da Richard Davies della Durham University, britannica, afferma che l'analisi dei dati forniti dalla Pt Lapindo Brantas fornisce nuove prove che indicano proprio le trivelle come causa del disastro. «Uno dei rapporti quotidiani del sito di perforazione afferma che la compagnia pompò fango pesante nel pozzo per tentare di fermare l'eruzione. Quest'operazione è stata efficace, e l'eruzione di fango è rallentata. ... Questo fornisce la prima prova che il buco di perforazione era collegato al vulcano al momento dell'eruzione». Lo stesso team di scienziati aveva concluso una prima indagine nel 2008 dichiarando che le trivellazioni erano «quasi certamente» la causa del disastro - ora trova prove più conclusive. La principale linea di difesa della Lapindo - cioè che a provocare l'eruzione non sono state le trivelle ma un terremoto sotterraneo avvenuto un paio di giorni prima presso la città di Yogjakarta, in Java centrale - è confutata da un altro membro dell'équipe, Mark Tingay della Curtin University in Australia: afferma che quel sisma era troppo lontano (circa 250 chilometri) dal luogo dell'eruzione per poter avere avuto effetti rilevanti.
    Un nuovo imbarazzo per il presidente Yudhoyono? Aburizal Bakrie non è più suo ministro - ma è diventato capo del partito Golkar, principale sostegno della sua maggioranza...
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