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TERRA TERRA
16.02.2010
  • | di Paola Desai
    Uganda, corsa al petrolio
    Lo sospettavano da tempo. Ora i dubbi sollevati da alcune organizzazioni ugandesi con sentibilità ambientaliste trovano conferma: pare proprio che gli accordi firmati dal governo di Kampala con 4 compagnie petrolifere straniere siano un vero e proprio capestro.
    L'Uganda è l'ultimo paese africano a entrare tra i produttori (anche se per ora potenziale) di petrolio, da quando nel 2006 giacimenti sono stati localizzati nella zona del lago Albert. Con la scoperta dell'oro nero è cominciato l'interesse di investitori stranieri. La svolta, per le ambizioni petrolifere ugandesi, è arrivata con l'italiana Eni, che nel novembre scorso ha speso 1,5 miliardi di dollari per comprare la concessione su due grandi blocchi di esplorazione. Questo ha alzato la posta in gioco anche per altri investitori, perché ha segnalato che il paese è vicino a passare dalla fase esplorativa a quella della produzione commerciale.
    Con l'appetito degli investitori però sono cominciate le polemiche. Alla fine di dicembre scorso Greenwatch, gruppo di avvocati ugandesi con sensibilità ambientaliste, ha avviato una causa legale presso l'Alta corte per obbligare il governo a rendere pubblici gli accordi firmati con 4 aziende petrolifere straniere. Chiedevano per la precisione di conoscere i «Production sharing agreements» (Psa, o «accordi di suddivisione della produzione») firmati con le aziende petrolifere Heritage oil, Tullow Oil - entrambe registrate a Londra - e Dominion Oil e Neptune Petroleum. Secondo la costituzione, ogni cittadino ha il diritto a informazioni in possesso dello stato: una battaglia di trasparenza, e anche su come uno stato gestisce una risorsa naturale comune, a profitto di chi, e con quale impatto.
    La battaglia di trasparenza era giustificata. Ieri un gruppo per la giustizia sociale e ambientale con sede a Londra, Platform, ha diffuso un'analisi di quegli «accordi di suddivisione». Segnalano una certa clausola con cui l'Uganda si impegna a compensare le aziende esportatrici per ogni eventuale perdita dovuta a cambiamenti legislativi: «Se l'Uganda sviluppa nuove regolamentazioni ambientali, normative di protezione dei lavoratori o altro, dovrà coprire i costi e risarcire le compagnie petrolifere.. anche se queste fanno profitto dai bassi standard di protezione ambientale e dei lavoratori», nota il rapporto. Mentre non sono previste sanzioni se le operazioni petrolifere causano incidenti, le fughe di greggio tanto frequenti attorno ai pozzi di petrolio, l'inquinamento e distruzione ambientale che provocano: «se una comnpagnia viola le regolamentazioni ambientali, il governo può ricodrrere in giustizia per chiedere risarcimenti. Ma non ci sono multe come deterrente».
    In un precedente studio, in novembre, Platform sostieneva che le compagnie petrolifere prenderanno una quota sproporzionata dei redditi del petrolio estratto: tra il 31 e 35% di ritorno sul loro investimento, a danno delle casse ugandesi.
    Le stime sui giacimenti totali in Uganda si aggirano sui 2 miliardi di barili: abbastanza da mettere il paese tra i piccoli produttori di rilievo. Ora Kampala è in trattative per nuovi contratti (e una nuova asta per licenze di eplorazione è prevista nel terzo quadrimestre del 2010). Il governo dice che rivelare ora i termini dei contratti danneggerebbe la trattativa. Gli ambientalisti ugandesi non si contentano.
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