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TERRA TERRA
17.02.2010
  • | di Patrizia Cortellessa
    Riparte la diga di Ilisu?
    Ankara non si arrende. Nonostante polemiche e proteste, quest'anno potrebbe infatti riprendere i lavori al progetto Ilisu, ha annunciato il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan qualche giorno fa. Per la contrastata diga sul fiume Tigri, in Anatolia sud-orientale (nel Kurdistan turco, la regione kurda della Turchia) a 65 km del confine con la Siria e l'Iraq, i cantieri potrebbero riprendere addirittura a primavera e concludersi, secondo i calcoli del governo turco, nel 2014. La costruzione della diga rientra nel progetto Gap, (Guneydogu Anadolu Projesi), Progetto Idrico per l'Anatolia Sud-Orientale che prevede, lungo l'alto corso del Tigri e dell'Eufrate, la costruzione di 22 dighe e 19 centrali idroelettriche (budget: 32 miliardi di dollari). Un progetto accarezzato da tempo dal governo turco e contrastato da sempre non solo dalle comunità locali, associazioni ambientaliste e di difesa dei diritti umani, ma anche a livello internazionale. Con la diga di Ilisu (e le altre del progetto Gap) la Turchia infatti ipotecherebbe i flussi di acqua verso paesi come Iraq e Siria, accendendo ulteriori fiamme in una regione già infuocata da conflitti.
    Nel luglio dello scorso anno Germania, Austria e Svizzera si erano ritirate dal progetto perché il governo turco non aveva rispettato le oltre 150 condizioni richieste a garanzia. I tre paesi avevano giudicato non soddisfatte le richieste riguardanti la salvaguardia delle popolazioni locali, dell'ambiente e dei beni culturali. Ancora prima, nel 2002, una grande campagna dei movimenti contro la costruzione della diga aveva bloccato i lavori e costretto un consorzio di aziende europee - tra cui anche l'italiana Impregilo - a ritirarsi. Ma Ankara non ha mai abbandonato il progetto. Dopo aver liquidato come «decisione politica» l'uscita di scena degli europei, aveva dichiarato comunque di voler andare avanti anche da sola. Bisognava però trovare i soldi, visto che il ritiro delle agenzie di credito all'esportazione europee (Eca) e delle banche nel 2009 aveva lasciato un buco di 400-450 milioni di euro in totale. Sembra che quei milioni di euro mancanti stiano ora per arrivare, scrivono i media turchi. Sarebbero soldi messi a disposizione da banche turche: Akbank e Garanti Bank - anche se non c'è ancora l'ufficialità. Smentite invece le voci, circolate negli ultimi mesi, di un eventuale sostegno alla costruzione della diga da parte della Cina. L'ambasciatore cinese di Ankara ha chiarito che la Cina non ha nessuna intenzione di sostenere il progetto Ilisu. Alta 138 metri e larga 1.820 (la più grande in Turchia dopo la diga Ataturk), la diga dovrebbe alimentare una centrale elettrica da 1.200 MegaWatt di potenza e una volta costruita creerà un lago artificiale di 313 chilometri quadrati. Significa che se il faraonico progetto dovesse vedere la luce decine e decine di città verrebbero sepolte dall'acqua, compresa la città-museo di Hasankeyf (patrimonio storico dell'umanità) e i suoi 12.000 anni di storia, oltre a ulteriori 290 siti di valore archeologico inestimabile. Insieme ad antiche tombe, grotte e monumenti verrebbero spazzati via anche i 60mila kurdi (qualcuno dice quasi 80mila) che vivono in quelle terre, costretti a sloggiare senza tanti complimenti perdendo case, terre e attività economiche. Anche il Parlamento europeo in questi giorni si è pronunciato nel merito, sollecitando la Commissione europea a elaborare uno studio sugli effetti delle dighe nel sud-est dell'Anatolia. In attesa dello studio il Parlamento ha chiesto lo stop di tutti i lavori che riguardano la costruzione della diga Ilisu.
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