mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
19.02.2010
-
| di Marinella Correggia
Governare la carne
È possibile rispondere a un iperbolico aumento della domanda mondiale di prodotti animali - aumento ben superiore alla crescita demografica e legato al cambiamento dei modelli alimentari soprattutto urbani - senza ulteriormente stressare il clima, le risorse idriche, le foreste? E senza rendere esplosiva la competizione per terre e risorse limitare fra produzione alimentare, mangimi, agrocarburanti, fibre? E' una questione di «governance» e di oculati investimenti, secondo il rapporto della Fao (l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura) presentato ieri. Il testo, «The State of Food and Agriculture 2009. Livestock in the balance», analizza dettagliatamente questo settore rampante, l'allevamento, che rappresenta ormai il 40% del valore complessivo della produzione agricola. Spiega in primo luogo che per soddisfare la crescente domanda, al trend attuale, la produzione mondiale di carne bovina, avicola, suina, caprina, ovina (per non dire del latte e delle uova) dovrebbe passare dagli attuali 228 milioni di tonnellate annui a 463 milioni nel 2050.
La Fao sostiene che la rapida transizione alla dieta animale «è avvenuta in un contesto di vuoto istituzionale, mentre va assolutamente governata affinché la rapida espansione contribuisca davvero alla sicurezza alimentare e alla riduzione della povertà», cioè sia «più responsabile». L'allevamento «è essenziale nella sussistenza di circa un miliardo di persone povere, fornendo reddito, cibo, combustibile, forza da tiro, materiale da costruzione e fertilizzante», ma «i piccoli allevatori incontrano grandi difficoltà a restare competitivi di fronte a sistemi produttivi intensivi e di grandi dimensioni».
Resta il fatto però che sono gli allevamenti industriali a espandersi, insieme a tutta la filiera, dai mangimi in poi. Ne fanno le spese, a seconda dei casi, le foreste (si pensi all'Amazzonia decimata dai pascoli e dalla soia), l'approvvigionamento idrico, la destinazione dei suoli e delle risorse alimentari, visto che - è ben noto - gli allevamenti richiedono a parità di resa calorica ed energetica una quantità di risorse ben maggiore delle proteine e calorie vegetali. Del resto, i pascoli occupano il 26% della superficie terrestre e la produzione di mangimi occupa il 33% delle terre coltivate. Ma anche se la domanda mondiale di prodotti animali, grazie a investimenti e a una «governance» ora inesistente, fosse soddisfatta prioritariamente dagli allevatori su piccola scala, con gli animali integrati nel resto dell'economia agricola, è legittimo chiedersi se questo basterebbe a rendere «sostenibile» la produzione di mezzo miliardo di tonnellate di carne. Anzi, a renderla possibile. E qui il rapporto Fao zoppica, o forse non trae le dovute conseguenze. Ammette infatti che l'ulteriore espansione delle produzioni animali avrà un «effetto notevole sulle risorse idriche e sulla competizione per le stesse», nonché sugli ecosistemi, la destinazione dei cereali, il rischio di pandemie. E sul clima: alla fine del 2006 un altro rapporto Fao («Livestock's Long Shadow») rivelava che gli allevamenti totalizzavano almeno il 18% dei gas serra (pur generando meno del 2% del prodotto interno lordo mondiale). E l'anno scorso il WorldWatch Institute elevava questa percentuale al 50%...
Forse va rimesso in questione l'assunto - così riassumibile: «il mondo chiede cibi animali e glieli dobbiamo dare in modo il più possibile sostenibile». Forse serve una «governance» anche sul lato della domanda, in favore dei modelli alimentari più leggeri e meno rischiosi.
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