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TERRA TERRA
26.02.2010
  • | di Marinella Correggia
    Infrastrutture zootecniche
    La Polonia non ha ottenuto dal Consiglio dei ministri dell'Unione Europea la posticipazione di altri cinque anni del divieto alle gabbie di batteria per le galline ovaiole, a partire dal 1 gennaio 2012. Eppure la messa al bando, stabilita nel lontano 1999, dava agli allevatori ben dodici anni e mezzo di tempo.
    Oltretutto il cambiamento deciso dalla Ue su pressione di molte organizzazioni per i diritti degli animali non è certo rivoluzionario. Le galline, viventi macchine da uova, partono da una realtà che impedisce loro qualunque comportamento etologico. In Italia il 90% dei 40 milioni di ovaiole allevate ogni anno vivono in gabbie a strati con pavimento di fil di ferro, in totale sovraffollamento perché ciascuna ha diritto a uno spazio grande quanto un foglio A4 per l'intera vita, comunque breve - a un anno e pochi mesi sono «rottamate». Ma dal gennaio 2012 la legge non impone certo prati verdi o cortili. Le galline dovranno essere sì «allevate a terra», ma questo significa fitte fitte in capannoni. Come già accade per il 40% delle galline in Olanda e per il 77% in Austria. Un po' meglio, ma non molto meglio.
    Continuando la decennale battaglia politica contro le batterie, la Lega antivivisezione (Lav) scende in molte piazze italiane il 13 e 14 marzo per informare i consumatori sulla possibilità di scegliere uova di galline allevate all'aperto (prima cifra impressa sull'uovo: 0) o biologiche (prima cifra: 1). Ma certo si pone un problema di quantità di produzione e consumi: le forme di allevamento alternative occupano uno spazio superiore o molto superiore. Già solo la discesa a terra di tutte le galline allevate nelle gabbie a castello amplierà la superficie cementificata a capannoni-stalle. A meno che non si riducano drasticamente i consumi: oltre 13 miliardi all'anno in Italia e 700 miliardi nel mondo.
    Passando dalle infrastrutture avicole europee a quelle per gli allevamenti su scala globale, dal quasi quotidiano bollettino online «Hippoworld» compilato dall'associazione Hippo (High Protein Plants Organization) che promuove la diffusione delle proteine vegetali si apprende che la zootecnia globalizzata chiede acquedotti, porti, macelli speciali, impianti di depurazione. Ecco alcuni casi.
    Australia. Ripetute siccità dovute anche al cambiamento climatico mettono in crisi l'approvvigionamento idrico di intere città e degli allevamenti. Moltissimi pascoli non sono più in grado di nutrire le greggi. Ma la domanda di carne di agnello nel paese è in aumento e così le prospettive di esportazione negli Stati Uniti, mercato principale tuttora ricco di promesse visto che il 70% degli statunitensi non ha ancora mai assaggiato il «prodotto». Di qui l'idea che l'acquedotto quasi ultimato Wimmera Vallee, 8.800 chilometri destinati in buona parte a dissetare gli allevamenti di pecore, non più sui pascoli ma in stalla, nutrite non a erba ma a cereali. Che questo uso zootecnico sia compatibile con l'emergenza sete australiana è tutto da verificare.
    Indonesia. Il governo lancia un appello agli investitori perché sgancino i 680 milioni di dollari necessari a costruire ben 25 grandi porti finalizzati all'esportazione diretta di pesce; in grande aumento. Investitori cinesi si sono già offerti.
    Brasile. I macelli «halal» ovvero conformi ai precetti islamici, già presenti nel paese da 30 anni, stanno aumentando per inseguire l'aumento delle esportazioni: l'anno scorso 1,6 milioni di tonnellate di polli (il 45% dell'export totale) sono stati venduti in 60 paesi musulmani.
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