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TERRA TERRA
04.03.2010
  • | di Gianni Proiettis
    La Fao è Svizzera?

    In un hotel di lusso di Guadalajara circondato dalla polizia si è svolta, fra il primo e il 4 marzo, una «conferenza tecnica internazionale» sulle biotecnologie organizzata dalla Fao, il «ministero» dell'Onu per l'agricoltura e l'alimentazione. Finanziata dalla Banca Mondiale e dal Cgiar (Consultative Group on International Agricultural Research, una creatura della Fondazione Rockefeller), accessibile per invito ai soli addetti ai lavori, la conferenza di Guadalajara rappresenta, secondo l'ecologista Silvia Ribeiro, «uno dei tentativi più maldestri della Fao per promuovere e legittimare le sementi transgeniche, in beneficio delle multinazionali che le monopolizzano».
    Silvia Ribeiro non è sola nella sua denuncia. In questi stessi giorni Guadalajara ha ospitato un foro alternativo aperto a tutti - con un livello scientifico e una credibilità maggiori di quella istituzionale - e numerose manifestazioni di protesta. In un'assemblea pubblica nel parco dell'ex convento del Carmen, indetta da Via Campesina, la «Red en defensa del maiz» e la «Asamblea de Afectados Ambientales», Pat Mooney, direttore di Etc (www.etcgroup.org), organizzazione ambientalista militante, ha decodificato l'obiettivo della conferenza della Fao: contrastare l'opposizione, presente in tutto il mondo, ai prodotti omg e avallare la loro coltivazione in Messico e nei paesi del Terzo mondo come l'unico rimedio possibile alla fame.
    Dall'altra parte della barricata - non solo simbolica - Modibo Traore, direttore aggiunto della Fao, ha sostenuto che la riduzione della fame del 50% entro il 2015, uno degli obbiettivi del millennio, si può raggiungere solo grazie all'uso delle biotecnologie e ha rivendicato una presunta «neutralità» della Fao riguardo all'introduzione degli ogm. Affermazione grottesca, in quel contesto di aperta promozione delle nuove biotecnologie. Ma un'agenzia dell'Onu non può fare la figura di un commesso viaggiatore o, peggio, di un volgare piazzista delle multinazionali del settore. Così Shivaji Pandev, direttore di produzione e protezione vegetale della Fao, alla richiesta di pronunciarsi sulla coltivazione di mais transgenico in Messico, centro di origine del grano, ha risposto: «Non è ruolo della Fao, possiamo assistere con informazione, ma la decisione è del paese». Noblesse obblige.
    Nella stessa sessione, di fronte a delegati e osservatori di più di 60 paesi, il sottosegretario messicano della Sagarpa, il ministero dell'agricoltura, ha annunciato che al termine del ciclo invernale, da aprile saranno disponibili i risultati delle prime 12 piantagioni sperimentali che il governo ha voluto imporre malgrado la crescente opposizione della società e delle organizzazioni indigene e contadine. Di fatto, dal maggio 2005 è in vigore una legge su «biosicurezza e organismi geneticamente modificati», votata anche dal Prd («opposizione» di centrosinistra), talmente permissiva nei confronti dei giganti multinazionali da meritarsi il soprannome di «Ley Monsanto».
    Già nel luglio scorso, la Red en defensa del maiz (www.endefensadelmaiz.org) aveva consegnato alla Fao e a funzionari del governo messicano un appello, firmato da 796 organizzazioni di 59 paesi per esprimere il rifiuto della comunità nazionale e internazionale alla coltivazione del mais transgenico in Messico. Nel documento, si considera l'introduzione degli ogm «un crimine storico contro i popoli del mais, la biodiversità e la sovranità alimentare, contro diecimila anni di agricoltura indigena e campesina che ci hanno lasciato questa semente per il bene di tutta l'umanità».

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