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TERRA TERRA
10.03.2010
  • | di Marina Forti
    La trappola delle quote
    Il premier indiano Manmohan Singh lo ha definito «un voto storico». Oggetto di tanta solennità è la legge approvata ieri dalla camera alta del parlamento indiano, il Rajya Sabha: un emendamento costituzionale che riserva il 33% dei seggi parlamentari alle donne, tanto nel parlamento nazionale che nelle Assemblee dei singoli stati dell'Unione. E' dai primi anni '90 che proposte di «quote rosa» si arenano nel parlamento di New Delhi, e anche il voto di ieri è solo un primo passo (la legge deve ancora passare alla camera bassa, il Lok Sabha, e con maggioranza qualificata). Non è stato un voto scontato: nel Rajya Sabha è scoppiato un pandemonio negli ultimi due giorni, con scene concitate e legistatori che hanno cercato di bloccare i lavori. Sette senatori sono addirittura stati espulsi dall'aula per intemperanze. Alla fine, quando la legge è passata a gran maggioranza, deputate e attivisti sono usciti urlando «abbiamo vinto».
    La legge sulle quote femminili divide (ha spaccato la maggioranza di governo, coalizione di centro-sinistra guidata dal partito del Congresso, che ora rischia di perdere alcuni degli alleati proprio quando sta per cominciare il dibattito sulla legge finanziaria). E gli argomenti sono quantomai interessanti. Le ragioni a favore sono ovvie: in un paese che pure ha avuto figure femminili di grande potere (dalla scomparsa Indira Gandhi all'attuale leader del partito del Congress, Sonia Gandhi) la presenza delle donne nel parlamento e nei posti di comando resta bassa; le quote non suscitano l'entusiasmo nel movimento delle donne indiane ma restano un modo per costringere i partiti a riequilibrare la rappresentanza. Le ragioni contrarie sono meno ovvie. La più forte opposizione infatti è venuta da alcuni partiti regionali e/o fondati sulla rappresentanza di casta, che vedono nelle quote rosa una minaccia alla loro influenza: se un terzo dei seggi va alle donne, si restringe il numero di posti aperti alla competizione.
    «Non siamo contro le quote riservate alle donne. Ma date piuttosto quote all'India povera, all'India originaria. Novanta per cento della popolazione indiana è deprivata», argomentava Lalu Prasad Yadav, leader del Janata Dal, partito che ha la sua base elettorale nelle caste basse rurali del Bihar, uno degli stati più poveri della pianura del Gange (Lalu è noto anche per alcuni clamorosi scandali e per aver messo la moglie al posto di governatore statale in sua vece mentre era in carcere, ma questo è un altro discorso). L'India «povera e «originaria» a cui si riferisce Yadav è delle caste contadine, o dei tribali (i nativi), o i dalit («intoccabili»). Ovvero, i gruppi sociali agli scalini più bassi della gerarchia sociale indiana - quelli che in India sono oggetto di un sistema di quote nell'università, nel pubblico impiego e nell'amministrazione: molto esteso, forse il più ampio sistema di discriminazioni positive ovunque al mondo.
    Alcuni dei contrari alle quote rosa hanno argomentato che la nuova legge favorisce le donne benestanti di caste alte a scapito delle caste basse e dei musulmani (i quali, circa il 12% della popolazione indiana, non sono oggetto di quote anche se cresce un movimento per rivendicarle). Il dibattito infuriato nel Rajya Sabha insomma dice quanto complicata sia la competizione tra casta, religione, etnicità e genere. Ma dice anche che le discriminazioni positive, nate per superare una diseguaglianza, sono diventate altro: uno strumento per rappresentare gruppi sociali più o meno «esclusi» e negoziare da posizioni di forza.
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