giovedì 09 febbraio 2012
TERRA TERRA
12.03.2010
-
| di Alberto D'Argenzio
Il verde sbiadito italiano
L'Europa ce la fa a fare il pieno di verde, l'Italia no. Il Belpaese è assieme a Lussemburgo, Belgio, Malta e Danimarca nel ristretto gruppo dei 27 che non riusciranno, con le proiezioni attuali, a raggiungere gli obiettivi nazionali previsti per arrivare nel 2020 a produrre nella Ue il 20% di energia da fonti rinnovabili, ossia da sole, vento, biomasse, biofuel, geotermico e maree. Anche con questi cinque paesi che remano contro, l'Europa unita potrà comunque rispettare il suo target complessivo del 20%: «Le previsioni sono nazionali - ha spiegato ieri Marlene Holzner, portavoce del commissario all'energia Gunther Oettinger - e il loro insieme indica che la Ue raggiungerà il 20% e forse andrà anche un po' oltre, fino al 20,3%. È un segnale molto positivo che dimostra quanto gli Stati membri prendano sul serio la politica a favore delle rinnovabili». Non tutti, a dire il vero. Secondo i calcoli di Bruxelles, mantenendo l'attuale tendenza 10 Stati membri dovrebbero superare nel 2020 il loro target nazionale, tra questi, Spagna e Germania con un surplus del 2,7% e dello 0,7%. Altri 12 potranno raggiungere il loro obiettivo mentre gli ultimi cinque della classe, tra cui appunto l'Italia, non ce la faranno, assicura la Commissione. Il paese è fermo al 5,2% e deve arrivare in una decada al 17%, il tempo ci sarebbe, manca la programmazione, ossia la voglia. E dire che Roma è la capitale che concede i contributi più alti per la produzione di energia verde, 70 euro a megawatt contro, per esempio, i 40 del Regno unito. La differenza la fa la politica. A inizio anno Gordon Brown ha lanciato gli appalti per la costruzione di 9 campi eolici nel Mare del Nord mentre Berlusconi ha deciso di costruire non pale e pannelli, ma centrali nucleari, con investimenti tali - almeno 34 miliardi di euro - che di fatto, per i vincoli di bilancio, impediscono lo sviluppo delle rinnovabili. Il risultato della politica è che siamo indietro nella pratica verde, con l'aggravante che quello per le rinnovabili è un impegno vincolante. E, pertanto, l'Italia dovrà comprare da altri la quantità di energia necessaria per raggiungere il suo target nazionale. In concreto si parla ci circa quattro Mtep, milioni equivalenti di tonnellate di petrolio. Il prezzo di questi 4 Mtep lo fisserà a tempo debito il mercato, ma il conto alla fine sarà comunque di quelli pesanti. «Noi preferiremmo - ha spiegato Holzner - che ogni Stato membro raggiungesse il suo target contando sulla produzione nazionale, ma la direttiva consente il trasferimento o l'importazione da altri paesi». «L'Italia - continua la portavoce - ci ha detto che non ce la può fare da sola, pertanto è autorizzata a comprare energia rinnovabile dalla Germania, ad esempio, che registra un surplus. L'acquisto può essere gestito in modo autonomo, noi chiediamo solo che ci venga notificato». E se non dovesse comprare «scatterà il ricorso alla Corte di giustizia». In sostanza o si paga o dopo arriverà una multa, che sarà ancora più cara. Il conto, comunque vada, sarà quindi salato e, oltretutto, senza sconti possibili grazie all'atomo. Ieri l'esecutivo comunitario ha ribadito che ognuno può scegliere il mix energetico che preferisce, ma che comunque il nucleare non può essere considerata una rinnovabile, un'equiparazione cercata a più riprese dalla Francia, massimo produttore in Europa. Tra l'altro le centrali italiane, se mai verranno completate, non saranno sicuramente pronte per il 2020, quindi, equiparazione o meno, non servirebbero comunque per colmare il ritardo. E così l'Italia pagherà due volte, per un atomo che non arriva e per un verde che è troppo sbiadito.
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