domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
26.03.2010
-
| di Alberto D'Argenzio
Ogm, primato spagnolo
La penisola iberica è la terra promessa per gli Ogm, almeno se si guarda al vecchio continente. La Spagna con i suoi 80 mila ettari di coltivazione di cereali Ogm (il 20% del totale) copre infatti gran parte delle produzione comunitaria di biotech. A livello planetario Madrid si piazza in 14esima posizione in una classifica mondiale dominata saldamente dagli Usa, seguiti poi da Argentina e Brasile, ma nell'Europa unita la Spagna è decisamente leader, di parecchio davanti a Romania, Repubblica ceca, Portogallo, Germania, Polonia e Slovacchia, gli altri paesi Ue che si sono aperti al geneticamente modificato. L'attività, secondo Asebio, l'Associazione spagnola di bioimprese, arriva a fatturare oltre 26 miliardi di euro, ripartiti tra 764 aziende. Primato continentale anche per l'importazione e la produzione di granaglie da mangime per allevamenti, una doppia prima posizione comunitaria che è frutto di un appoggio politico bipartisan: né Aznar prima, né Zapatero dopo hanno infatti mai alzato barricate contro il geneticamente modificato. Non tutti sono comunque d'accordo con questo laissez faire politico. Un gruppo di associazioni - Greenpeace, Amigos de la Tierra, Ecologistas en Accion, la Confederacion de Consumidores y Usuarios e l'organizzazione agricola Coag - ha infatti presentato al Parlamento europeo di Bruxelles un rapporto che sottolinea i costi, e non i benefici, del biotech. Lo studio dettaglia i numerosi casi in cui gli agricoltori hanno subito delle perdite per la contaminazione dei raccolti, perdite che variano dai 6 ai 30 mila euro per produttore. Felix Ballarin, un agricoltore aragonese che da anni coltivava bio, ci ha rimesso 14.756 euro e per due ragioni. In primis per aver dovuto omettere, per colpa della contaminazione da una vicina coltivazione Ogm, la denominazione «bio», dovendo quindi vendere i suoi prodotti al mercato convenzionale, che è meno redditizio. E quindi per aver dovuto anticipare la semina in modo da evitare la sovrapposizione della fioritura con i prossimi campi Ogm e limitare quindi i rischi di contaminazione. È andata comunque peggio al catalano July Bergé, che oltre a perdere il marchio bio e a dover forzare la semina, ha anche dovuto comprare mangime per galline Ogm-free, che prima produceva da solo. Totale, 26.499 euro.
Danni pesanti anche per gli allevatori bio. Non trovando in patria sufficiente mangime non contaminato, devono infatti acquistarlo dalla Francia, con costi addizionali, che sono arrivati in alcuni casi a superare i 60 mila euro all'anno, com'è successo all'impresa aragonesa Garte Ganadera, specializzata in maiali da trasformare in Jamon iberico. I problemi per gli allevatori sono determinati anche dal fatto che i prezzi delle alternative alla soia, praticamente tutta Ogm, come base per i mangimi, sono schizzati alle stelle, proprio perché ricercati. E da ultimi, ci sono problemi anche per l'ultimo anello della catena, i consumatori. Secondo lo studio il 17% degli alimenti elaborati con mais e soia e venduti nel mercato spagnolo contiene Ogm, una presenza che nella maggioranza dei casi non viene nemmeno menzionata sulle etichette. Le ragioni di questa assenza sono due, la prima è che le norme Ue prevedono l'obbligatorietà di notificare la presenza di prodotti biotech solo se questi superano la soglia dello 0,9% e la seconda è che i fabbricanti spesso non rispettano la legge e preferiscono non informare i consumatori. Per Andoni Garcia di Coag la morale è semplice: «La compatibilità tra coltivazioni convenzionali, Ogm e biologiche è impossibile».
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