mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
30.03.2010
-
| di Luca Manes
Nam Theun 2, chi paga?
Il più grande e controverso progetto idroelettrico del Laos, la diga di Nam Theun 2, la settimana scorsa ha iniziato a funzionare al massimo della sua capacità, nonostante il mancato pagamento delle compensazioni alle comunità impattate. L'opera, sorta sull'omonimo emissario del Mekong, è di quelle importanti e per capirlo basta scorrere la lunga lista dei finanziatori: la Banca mondiale, la Banca asiatica per lo sviluppo e una miriade di istituti di credito di spessore mondiale (Société Générale, BNP, ING e Crédit Agricole, tanto per citarne alcune). Questi ultimi aderiscono ai cosiddetti Equator Principles, ovvero linee guida che le istituzioni finanziarie seguono su base volontaria e volte alla gestione dei rischi ambientali e sociali nell'ambito delle transazioni di project finance.
Per Ikuko Matsumoto, dell'Ong statunitense International Rivers, «la Nam Theun 2 Power Company (NTPC) sta agendo in maniera illegale, dal momento che il progetto impedisce alla popolazione locale di accedere a fonti idriche pulite e distrugge le loro riserve di cibo». Sul Plateu Nakai, infatti, sono state rilocate 6.200 persone senza che fosse fornito loro un sistema di irrigazione, in piena violazione del contratto stipulato tra il governo laotiano e la NTPC, la compagnia che gestisce l'impianto idroelettrico.
Come se non bastasse, la diga di Nam Theun 2 sta avendo pesanti conseguenze anche sulla vita di 120mila persone che abitano a valle dell'impianto, nei pressi del Xe Bang Fai. Un fiume le cui acque nel tratto iniziale si sono innalzate di ben 3,6 metri, secondo quanto riportato da International Rivers nel corso di una missione sul campo, e non sono più potabili, per ammissione della NTPC. Tuttavia i depuratori messi a disposizione dalla stessa NTPC non funzionano o funzionano solo in parte, lasciando così il problema insoluto.
Oltre alla Electricité de France, che detiene il 35% della Nam Theun 2 Power Company, partecipano al consorzio la Electricity Generating Company, la sussidiaria privata della società elettrica nazionale tailandese, la Ital-Thai Development, la più grande impresa di costruzioni tailandese, e infine la Electricité du Laos, la piccola compagnia elettrica laotiana. I due terzi degli introiti previsti dal progetto andranno alle compagnie francesi e tailandesi, «coperte» politicamente dal sostegno della Banca mondiale, avvenuto nell'ormai lontano marzo 2005. Ovvero quando con circa 150 milioni di dollari tra finanziamenti e garanzie i banchieri di Washington hanno offerto il loro appoggio al progetto. Una decisione, quella di erogare fondi per Nam Theun 2, a suo modo storica, in quanto segnò il rinnovato interesse della World Bank nei confronti dell'industria dei grandi impianti idroelettrici. Un'industria per alcuni anni lasciata volutamente in disparte, anche a seguito del dirompente rapporto della Commissione mondiale sulle dighe datato fine 2000 che criticava senza mezzi termini il modello di sviluppo proposto dai mega-sbarramenti, denunciandone con dovizia di dettagli gli impatti negativi su ambiente e popolazioni locali.
Tornando all'intricata vicenda di Nam Theun 2, val la pena sottolineare come il Laos sia un paese essenzialmente basato su un'economia rurale, e tuttavia stia procedendo con la realizzazione di dieci nuove dighe. I piani futuri del governo di Vientiane prevedono l'intenzione di costruire addirittura 70 impianti idroelettrici per vendere energia a Thailandia, Cina e Vietnam.
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