mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
23.04.2010
-
| di Marina Forti
Giocare nella discarica
Un pomeriggio di un qualsiasi giorno di marzo una ventina di bambini gioca a pallone (pardon, a cricket) in un terreno abbandonato tra i blocchi di case popolari di Site Town, quartiere industriale di Karachi, in Pakistan. Nella foga del gioco qualcuno cade a terra, anzi: in una pozza di liquami. Non sapevano che fossero rifiuti chimici. Tutti hanno riportato ustioni di secondo e terzo grado, uno ha avuto le mani e le gambe amputate e il più sfortunato è morto, ucciso dalle ustioni dopo un mese di sofferenze. L'episodio risale al 2006 e ha fatto scalpore sui media. Del caso si è occupata la Commissione per i diritti umani in Pakistan, organismo indipendente a cui si devono molte battaglie di democrazia nel paese - e, come si vede, anche di giustizia ambientale. L'indagine condotta da un organismo scientifico indipendente (il Collective for social science research) stabilì che era la prima volta che quel tipo di sostanze tossiche veniva buttato in zona, e ricostrui: alcune fabbriche dei dintorni avevano riempito le fosse nei terreni abbandonati della zona e ci avevano buttato sopra fango per nascondere i rifiuti tossici. Il caso è arrivato ai tribunali; la malcapitata famiglia ha avuto risercimenti e, soprattutto, l'Ente di protezione ambientale della provincia del Sindh (di cui Karachi è la capitale) ha condotto alcune ispezioni e emanato nuove direttive sullo scarico di sostanze pericolose.
E però la cronaca si ripete. Quasi alla lettera: un anno fa cinque bambini giocavano a cricket nel loro solito spiazzo, ai Site Town. Uno si è tuffato a prendere la palla cadendo disteso nella discarica di spazzatura accanto al terreno. Qualcosa gli ha letteralmente corroso la carne viva; anche i compagni accorsi ad aiutarlo sono rimasti ustionati; due avranno gli arti amputati. Il nuovo caso ha fatto di nuovo titoli di giornale, qualcuno ha ricordato il «caso Gharib», dal nome del bambino ucciso nel 2006.
Ora il magazine The Herald di Karachi è andato a vedere cosa è cambiato dopo i due episodi. E ha scoperto che non è cambiato quasi nulla. Anzi: che le discariche selvagge di reflui industriali sono la norma - ma del resto Karachi qui illustra quanto avviene in molte zone industriali del mondo, dove le normative sono o troppo permissive, o troppo facili da aggirare.
«Negli ultimi tre anni ho curato più di 35 bambini con ustioni varie dovute all'irresponsabile pratica di scaricare reflui tossici da parte delle unità industriali della zona» dichiara al magazine pakistano Nur-ul Rahman, infermiere professionale, che insieme ad alcuni genitori del quartiere ha fondato il «Comitato d'azione di Site» proprio nel 2006, dopo il caso Gharib. Site è l'acronimo di Sindh Industrial Trading Estate, un grande quartiere neppure troppo periferico di Karachi, dove una zona di fabbriche convive con una zona residenziale: in tutto 3,200 unità industriali tra cui chimiche, tessili, saponi e detergenti, vernici. Nel 2006, dopo il caso Gharib, l'ente di protezione ambientale aveva per la prima volta ispezionato alcune fabbriche e ne aveva chiusa una. Resta il fatto che pochissime di quelle unità ha un suo impianto di trattamento dei reflui. Poi,esistono solo due discariche ufficiali per l'intera zona: dove finisce tutto, reflui industriali ed elettronici, senza trattamento. Gli esperti sottolineano come i componenti tossici percolano nei terreni de nell'acqua. Peggio: è più economico scaricare in zone «non designate», cioè dove capita. Dal 2006 è cambiata solo una cosa, osserva amaro l'infermiere-attivista: «Ora le aziende scaricano i reflui di notte».
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